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Gli stranieri rallentano “i nostri”? O no?

Gli stranieri rallentano “i nostri”? O no?

La Maroncelli è la scuola media di Forlì con il più alto numero di stranieri. Questo nuoce alla didattica? Genitori disposti a cambiare residenza e altri, invece, a sostenere che la molteplicità linguistica aiuta…

Meglio cambiare residenza che finire alla Maroncelli. I troppi stranieri rallentano l’apprendimento. Questa è l’opinione che alcuni genitori hanno della scuola media forlivese più segnata dal fenomeno migratorio. Un’opinione espressa con preoccupazione, rabbia e anche paura di passare per razzisti, ma che appare anche come il risultato delle tante convergenze che hanno contribuito a creare una scuola a rischio ghetto. La questione Maroncelli non è frutto né del caso né di una volontà politica precisa, bensì del fatto che il criterio dell’iscrizione scolastica dipende dalla residenza. Così, inevitabilmente, le scuole del centro sono le più caratterizzate dalla presenza di stranieri. In alcuni casi, infatti, la presenza di ragazzi di origine non italiana supera il rapporto di uno a tre con i “nostri”. In città -ricordiamo- gli stranieri sono 13.373 a fronte di una popolazione totale di 118.267 unità, cioè l’11,3 per cento. Nei quartieri del centro storico la presenza è ancora più evidente. Nella zona di San Pietro troviamo 2.878 italiani e 1.395 stranieri, mentre a Schiavonia-San Biagio vi abitano 4.586 autoctoni e 1.540 stranieri. Questo coacervo di condizioni ha fatto sì che alla Maroncelli il numero delle iscrizioni degli italiani sia in caduta libera: su un bacino di 160 bambini in uscita dalla quinta elementare ben 100 sono stati iscritti in altre scuole. Evidentemente diversi genitori si sono impegnati a “dirottare” i figli pur di scegliere il “meglio”; alcuni -ci hanno detto- fino al punto di cambiare residenza.

Parlano i genitori

ESTRATTI AUDIO DELLE INTERVISTE AI GENITORI
Genitore 1 – “Non è che ci sia poi tutta questa disparità…”

Genitore 2 – “Stiamo per diventare non più rappresentativi…”
Genitore 3 – “Non vogliono integrarsi…”

In un bar di corso Diaz un gruppo di genitori discute. La Maroncelli è piena di extracomunitari -attacca Barbara- i genitori si lamentano. Questo perché provoca il rallentamento del lavoro scolastico. Questi ragazzi non capiscono la lingua e hanno un’altra cultura. Quella dell’istruzione appare, infatti, come la prima causa d’apprensione. Noi non facciamo razzismo -si cautela Grazia, madre di un ragazzino che avrebbe dovuto iscriversi alla Maroncelli- è solo che non è giusto che le scuole del centro debbano essere piene di extracomunitari. Mio figlio esce da una scuola perfetta, la paritaria Merloni in corso Diaz. I miei figli sono tranquilli. Le suore sono organizzate e i bambini ben educati. Il problema subentra quando andranno alle medie, alla Palmezzano o alla Maroncelli. Io in questi anni mi sono informata, la Maroncelli non funziona e vorrei capire perché le cose non funzionano. Se la colpa è perché ci sono gli extracomunitari o per altro. Per Grazia l’unico modo per scegliere la scuola desiderata è cambiare residenza. Se voglio mandarlo alla scuola media Benedetto Croce, devo per forza prendere residenza là. Cosa che abbiamo fatto. Siamo vari genitori con figli che hanno frequentato le elementari insieme e abbiamo fatto presente alla direttrice che questi bambini escono da una scuola santa. La paura è che la Maroncelli possa guastare tutto il buon lavoro fatto. Se avessi potuto, li avrei mandati ancora a una scuola privata, ma non voglio, comunque, né una Palmezzano né una Maroncelli. Insomma, abbiamo cambiato residenza. Io mio figlio lo voglio portare alla scuola Benedetto Croce, non che lì non ci siano gli extracomunitari ma non è come alla Maroncelli.
Il problema se una scuola funziona o no
– interviene Franco, papà di un futuro studente delle medie- non dipende dalla sezione, ma da chi gestisce. Chi gestisce fa sì che da una parte ci sia una situazione e da un’altra parte ce ne sia una diversa. Per me non è giusto -incalza Grazia- che ci siano scuole dove ci sono solo extracomunitari. La maggioranza sono loro. Questi ragazzi rallentano il programma perché non conoscono l’italiano, hanno un’altra cultura quindi li concentrano tutti lì.
Alla discussione partecipa anche Luana, origini cubane e in Italia da quindici anni. Non scherziamo! Non trovo giusto il fatto che uno debba cambiare indirizzo quando abbiamo tutto qua. Da cittadina italo cubana e madre di un figlio che è cresciuto alla Merloni, dico solo che i nostri figli stanno crescendo bene, tranquillamente, perché dobbiamo spostarci noi o mandarli in una scuola perché si rovinino del tutto? Non mi va bene. Le domande si accavallano, s’intrecciano. Il tema scuola si colloca nel più generale contesto sociale di una Forlì che cambia. Dipende dalla zona -dice Franco- dal fatto che nel centro storico gli affitti possono essere più bassi. Nell’appartamento sotto casa mia, per esempio, vedo entrare dodici pakistani, ben tre famiglie. E questo spiega tante cose. Beh -afferma Barbara- noi italiani dal centro siamo andati via. Si è desolato, spopolato, ed è stato occupato dall’arrivo di questi extracomunitari che in una stanza stanno anche in dieci; se la casa è vecchiotta magari spendi un po’ meno d’affitto.
I genitori tengono a precisare che non sono razzisti. Non che i nostri figli si rovinino – interviene Barbara- perché sono in mezzo a delinquenti. Semplicemente restano indi tro per via di questi ragazzi che faticano ad apprendere perché non capiscono la lingua. Allora perché non prevedere corsi serali per far sì che vadano al passo con il programma scolastico? Io non sto discriminando gli extracomunitari, per l’amor del cielo, ci tengo a dirlo, non sono razzista e non lo diventerò mai, sperando Iddio. Non siamo razzisti -taglia corto Grazia- non c’è dubbio su questo, ma loro non hanno le nostre regole, hanno un’altra cultura. Noi siamo cattolici e loro musulmani. I nostri simboli sono già stati messi in discussione -prende atto Franco- nelle scuole italiane rischiamo che non si festeggi più il Natale. Questa non è integrazione.
Questa cosa
-ricorda Barbara- l’ho vissuta con il mio primo figlio, alla materna Angeletti di Coriano. Per una sola bambina musulmana, in tre anni non hanno mai fatto il Presepe. Su venticinque, dico venticinque bambini, per una sola bambina, i nostri figli alla materna non hanno mai visto il Presepe.
La scuola media Maroncelli si trova a due passi da corso Mazzini, in via Felice Orsini. Zona tranquilla, traffico di soli residenti. In questa zona di Forlì il 48% degli abitanti non è di origine italiana (fonte Comune di Forlì). Alle tredici, come davanti a ogni scuola d’Italia, si radunano i genitori nell’attesa del suono della campanella. Il rischio che la presenza di tanti ragazzi stranieri possa rallentare il percorso d’istruzione, pur essendo sulla bocca di tanti, sembra però non toccare nessuno. Può essere -dice un’anziana signora- che sia rallentato, ma non è un problema nostro. Mio nipote è bravo, non ha mai avuto problemi. Io ho una femmina -avanza Cristina – è in terza, all’ultimo anno. Nella classe di mia figlia ci sono un po’ di stranieri ma lei si trova bene perché è una classe unita e sono nati quasi tutti qua, hanno fatto le scuole a Forlì e conoscono l’italiano. Magari il cinese potrebbe avere più problemi. Il pomeriggio ci sono anche i corsi di recupero proprio per questi ragazzi extracomunitari. Secondo me, non è tanto il problema della lingua, dipende dal ragazzino. Se è attento va avanti tranquillamente. Dipende da lui e da quanto è seguito dalla famiglia. Mia figlia quest’anno finisce, poi va al Liceo classico. Lei si è trovata bene, ha avuto degli insegnanti validi, come la docente d’italiano. Insomma, mi sento soddisfatta del suo percorso di apprendimento. Io qui ho un nipotino -afferma Enza, appena scesa dalla macchina- ce ne sono di tutte le razze. Sono solo loro, ma mio nipote va bene, frequenta la seconda e si trova bene. La diversità, forse, potrebbe essere anche fonte di conoscenze diverse. Così almeno pare dall’esperienza della figlia di Cristina. Mia figlia è capitata in una classe dove, grazie a Dio, si è sempre trovata bene. Sono cinque amiche e sono tutte straniere: una greca, una marocchina, una cinese, una tunisina e mia figlia italiana. Cinque amiche del cuore di cinque nazionalità diverse. Qualità… Ma come si fa a definire i parametri per capire se una scuola è di qualità? Non lo so -dice Marco- per me questa non lo è. Con tutti gli immigrati che ci sono è limitante. Possono esserci anche professori validi ma se tu devi stare dietro a un immigrato chi ne risente sono i nostri ragazzi. Qui ho la figlia della mia compagna, è in prima media, in classe sono venticinque di cui solo sette italiani. Bisognerebbe fare una scuola solo per loro. Ma sua figlia sembra se la cavi piuttosto bene, come quella di Riccardo. Per quel che riguarda la mia esperienza -dice Riccardo- ho una figlia in prima media e come preparazione non mi sembra che siamo distanti da altre scuole. Certo che i ragazzi stranieri nella classe di mia figlia sono parecchi, diciotto. Purtroppo -controbatte Marco- gli stranieri vengono in Italia e sono strafottenti e magari pure poco interessati al programma. Qui ci sono tre classi che hanno 17-18 bambini stranieri e altre dove ce n’è uno. Così non va bene. Perché non fanno una classe per immigrati? Saremo razzisti ma è così. Cinque parlano italiano, gli altri parlano cinese, un po’ inglese o rumeno. Il problema è che qui ce ne sono talmente tanti che adesso noi ci sentiamo tutti a disagio. L’Italia invecchia -dice Riccardo- e noi siamo sempre meno rappresentativi nelle nostre città. Non vengano a parlarci d’integrazione, però, perché ci sono dei blocchi che non hanno nessuna intenzione di integrarsi con noi. Purtroppo -si trincera Marco- siamo noi che dobbiamo adeguarci. Sempre.
Le domande dovrebbero essere rivolte anche alle istituzioni che, in alcuni casi, sembrano essersi adagiate sull’inerzia di chi ritiene non governabile il cambiamento.
Si critica tanto la Lega Nord -incalza Marco- ma alla fine prende dei voti perché la gente è esausta. A Forlì siamo sempre stati governati dai rossi, secondo me uno di destra andrebbe meglio per risolvere queste situazioni. Guarderebbe prima casa sua: prima gli italiani e poi gli stranieri. Insomma penso che dovrebbero fare tutti così. O magari non cambierebbe nulla. Non lo so.

Parla la preside

ESTRATTO AUDIO: “Vedono un cognome straniero, senza sapere che…”

Da tre anni preside della scuola media Maroncelli, Ester Tognon, vede così la realtà nella quale è immerso il plesso: C’è stato un momento in cui in questa scuola gli arrivi sono stati disordinati. Una cosa che è dipesa dai flussi migratori che hanno coinvolto il Paese. Pensare, tuttavia, che l’arrivo di questi ragazzi sia come l’arrivo dei barbari è superficiale. Troppo sbrigativo, per lei, scorrere gli elenchi. È un errore in cui molti genitori incorrono. Vedono gli elenchi e se leggono un cognome straniero non pensano che il ragazzo possa essere nato in Italia, avere fatto tutto il percorso scolastico qua e parlare benissimo l’italiano.
Elenco alla mano, tuttavia, i numeri sono questi. La scuola media che io dirigo è composta di quattro plessi. In totale sono 1.100 allievi di cui 204 di origine straniera. Il tipo di realtà è come quello che ormai da anni si sta riproducendo nelle varie scuole di Forlì. Sempre per tutti e quattro i plessi della Orsini (Maroncelli, Orceoli, Villafranca e Romiti) avremo sul prossimo anno 389 ingressi di cui 60 stranieri. Solo alla Maroncelli gli stranieri sono 22 su 68 ragazzini. Quasi un terzo. È nelle prime, tuttavia, che si riscontra la percentuale maggiore di stranieri dove, su 74 alunni, sono ben 38, poco più del 50 per cento. Il timore che questi dati possano incidere sul regolare processo d’apprendimento serpeggia tra tante famiglie forlivesi. Sono arrivata qua tre anni fa -ricorda la preside- e il momento più sconvolgente è stato quello delle iscrizioni. Non capivo perché non fosse un processo automatico, cioè tot allievi destinati a questa scuola… insomma una cosa semplicissima. Le barricate, invece, per andare il più possibile lontano da questo plesso. E’ difficile capire se questa presenza, un dato reale, incida sui tradizionali ritmi d’apprendimento. Assolutamente no -ribatte Tognon- i genitori più informati sanno che, questa scuola, come tutte le altre della città, procede all’alfabetizzazione, a fornire, cioè, i prerequisiti linguistici per seguire la vita scolastica. Poi, ancora una volta, i numeri cosa ci dicono? I ragazzi che frequentano la scuola Maroncelli vanno ai licei e si iscrivono, come tutti, alle scuole più congeniali. Non sono certo penalizzati.
Però il trend della fuga da questa scuola media, perlomeno al momento, non sembra reversibile. Io sono amareggiata -confida la preside- perché devo constatare che qui non si iscrivono perché ci sono gli stranieri. In passato non si iscrivevano perché c’erano molti alunni disabili, quella era la diversità. Poi cosa metteremo? Una categoria di censo? Perché qui ci sono i figli degli indigenti? Sembra una colpa e non una risorsa essere un plesso attrezzato per l’accoglienza. Un marchio applicatoci addosso senza preoccuparsi di verificare il livello della nostra proposta.

Parlano due insegnanti

Nella biblioteca della scuola Maroncelli ci sono cinque persone. Tre bambini di colore e due insegnanti. Gli alunni sono “custoditi” lì perché la classe è andata in visita alla mostra del Melozzo allestita ai Musei del San Domenico. I tre alunni non sono andati perché i 7,50 euro d’ingresso sono una cifra troppo alta. La professoressa Renata Biondi sfoglia una dispensa sulla Rivoluzione francese “facilitata”, cioè per stranieri. La collega Maria Luisa Di Carlo, invece, fa i conti con le ore d’italiano. Questi ragazzini -osserva Di Carlo- sono già penalizzati. Quelli che vedete qui non sono alla mostra del Melozzo perché non hanno i soldi, 7,50 euro non sono pochi per famiglie numerose. I libri li forniamo il più delle volte noi, perché anche l’acquisto di materiale scolastico può essere un problema. Tra la correzione delle prove Invalsi (prova di valutazione del sistema educatico) e il registro delle assenze da aggiornare, discutono del possibile rallentamento del processo d’apprendimento. Rallentamento didattico direi di no -dice Biondi- piuttosto un carico di lavoro maggiore perché dobbiamo cercare delle strategie, del materiale diverso, più semplificato, per fare lavorare questi ragazzi.
È evidente che la presenza di un rilevante numero di alunni stranieri comporti un carico di lavoro, oltre che supplementare, anche diversificato. Il problema esiste -ammette Di Carlo- ma non c’è solo quello che appare. È vero che ci sono molti ragazzi stranieri nelle classi, non c’è quella percentuale del 30 per cento di cui parla il Ministro della pubblica istruzione, qua tocchiamo anche il 50 per cento. D’altro canto, c’è da dire che alcuni sono bene alfabetizzati e di straniero hanno solo il nome. Ma il problema è il tempo. Noi abbiamo nove ore d’italiano comprensive di due ore di storia e due di geografia e si riducono le ore d’italiano a fronte della massiccia presenza di alunni stranieri. Qual è la logica? Matematica ha sei ore, italiano nove. Ora, se un ragazzo non è in grado di decodificare il linguaggio della matematica perché non possiede le basi d’italiano, allora come farà a risolvere i problemi di una materia scientifica? Le problematiche si legano in una matassa che il singolo insegnante fatica a sbrogliare. Aggiungiamo -prosegue Di Carlo- classi di ventotto allievi. L’handicap, seppur segnalato, non è sempre seguito da insegnanti di sostegno e il ragazzino con forte problematica va seguito. Non è solo il problema dello straniero in classe. Noi avevamo anche il tempo prolungato, per esempio. L’insegnante unica di lettere aveva quindici ore e compresenze con altri insegnanti che permettevano di lavorare su piccoli gruppi. Il tempo prolungato è andato scomparendo. Gli insegnanti devono affrontare anche l’accoglienza di questi ragazzi che possono arrivare in qualsiasi momento dell’anno e devono essere inseriti. Francamente sono loro che dovrebbero un po’ lamentarsi perché spesso sono lasciati in disparte, indietro, perché a un certo punto dell’anno si deve dire: chi mi segue bene, chi non mi segue va avanti come può. In certi momenti la situazione può essere anche ingestibile perché poi ci sono delle problematiche notevoli dietro questi ragazzi, molti dei quali hanno i genitori che lavorano da mattina a sera, non sono seguiti. Sono spesso allo sbando, se vengono a scuola è già qualcosa, se arrivano in ritardo nessuno li giustifica, i genitori non sanno l’italiano. Il più delle volte sono loro che devono fare da interpreti ai genitori. Per questi ragazzi la scuola è il punto di riferimento. Vengono il pomeriggio e stanno fino a tardi, quindi la scuola non è solo fare i compiti, eseguire le verifiche, studiare, è anche una sicurezza per il quartiere e per le famiglie che sanno che sono qui, in un ambiente protetto. Altrimenti per loro ci sarebbe solo la strada. Per le due insegnanti, nonostante il quadro, la percentuale di studenti stranieri non sarebbe un fattore nocivo per il processo d’apprendimento. La scuola ha bisogno di aiuti -riflette Di Carlo- anche per affrontare la presenza dello straniero, ma questo non vuole dire che lo straniero sia un problema. È la scuola che, così com’è, sta diventando un problema. Nel senso che tagliando tutte queste risorse -dice Biondi- lavorare è sempre più difficile. Le ore di compresenza davano la possibilità di dividere la classe o di portare fuori dei ragazzi per fare sia del recupero sia del potenziamento mentre, così, rischiamo di penalizzare non solo il ragazzino che ha necessità di un recupero, ma anche il ragazzino con capacità. Intanto sono sempre meno le famiglie forlivesi che iscrivono i loro figli alla scuola media Maroncelli per il timore di un plesso considerato difficile. È chiaro -lamenta Di Carlo- questi ragazzi sono penalizzati. Chi segue… segue. Il ragazzino più aiutato dalla famiglia procede, il ragazzino italiano con difficoltà familiari arranca. Molti stranieri che hanno famiglie che partono la mattina alle quattro per andare al lavoro sono allo sbando completo. Per fortuna che c’è la scuola. Il problema nasce quando sono tutti concentrati nella stessa classe perché non ci sono abbastanza italiani. Se noi avessimo gli italiani, potremmo distribuire gli stranieri nelle classi e avremmo una giusta composizione. Così, invece, ci ritroviamo a fare le classi solo con gli stranieri. Ricordo che quando arrivai, ormai undici anni fa, di corsi ne avevamo sei. Si arrivava alla sezione F, adesso arriviamo alla sezione C con fatica. Capita anche che i genitori si mettano d’accordo prima per scegliere la seconda lingua straniera. Per la formazione delle classi, infatti, sono determinanti le scelte dei genitori su doposcuola e seconda lingua straniera. Perciò si formano classi obbligate dove noti una certa concentrazione di italiani. Molti genitori ritengono questa presenza negativa non solo per l’istruzione dei loro figli, ma anche perché foriera di situazioni problematiche. È comodo pensarla così -dice Biondi- chi ha un figlio desidera il meglio e in questo modo pensa di creare una situazione ovattata. In realtà, se guardiamo i fenomeni di bullismo, la questione riguarda molto gli italiani. Quest’anno ho accolto una ragazzina che è stata vittima di bullismo da parte di compagni italiani in una scuola rinomata di Forlì. Si è trasferita qui e si trova bene, nonostante sia la scuola tanto temuta dai forlivesi. Alla fine – chiosa Di Carlo- il nostro lavoro diventa anche un servizio sociale. Ce ne accorgeremo solo al momento in cui questa scuola dovesse chiudere per mancanza di italiani.

Parla l’assessore
L’assessore all’istruzione del Comune di Forlì, Gabriella Tronconi, interviene snocciolando dati e proposte. Partiamo dalla realtà delle cose -afferma. I dati sulla natalità forlivese, ci dicono che per ogni nuovo nato italiano ne nascono tre stranieri. Il tessuto sociale è questo e su questo dobbiamo ragionare. Anche per l’amministrazione cittadina la presenza di alunni stranieri nella scuola produrrebbe effetti nel complesso costruttivi. Ovvio che il processo va gestito e -preannuncia Tronconi- stiamo studiando una nuova formula per le iscrizioni. Affinché non si creino zone di accumulo con il rischio di alimentare la ghettizzazione delle etnie, stiamo valutando un nuovo criterio detto “a stella”. Non più quadranti che, semplificando eccessivamente l’urbanizzazione forlivese, creano zone troppo segnate. Vorrei però smorzare un po’ il preallarme dicendo che questa connessione interculturale, oltre che difficilmente evitabile, può anche rappresentare una feconda proposta educativa.

Parla la vicepreside
Quando sono arrivata qua, ormai quindici anni fa -dice la vicepreside, Fiorella Bresciani- avevamo sei corsi, poi ci siamo fermati a cinque, il numero giusto per la nostra scuola. Adesso ne abbiamo solo tre. Quest’anno avevamo circa 160 bambini di bacino in uscita dalla quinta elementare che potevano venire alla Maroncelli. La libertà di bacino c’è ancora, nulla da dire, ma 100 di questi non si sono iscritti. Ci siamo quindi trovati con 70 bambini da dividere in tre classi. Ecco che i 28 stranieri che su 160 potevano essere spalmati su sei prime dovranno essere distribuiti solo su tre. Il numero è alto, ma va analizzato. Oggi abbiamo dei bambini stranieri nati in Italia, che hanno fatto l’asilo e le elementari in Italia e che sono considerati stranieri dai genitori italiani perché hanno nomi stranieri. Nella prima A, infatti, ho 16 cognomi stranieri su 24 alunni totali, ma vorrei farvi conoscere le bambine del Bangladesh, del Marocco: brave, impegnate, rispettose. Quelli che faticano di più sono tre: un rumeno arrivato a settembre, un cinese ripetente perché l’anno scorso è arrivato a marzo e un bambino arabo con un po’ di problemi. Tutti gli altri stranieri sono bravi, ma non c’è nulla da fare, perché in quella classe risulta che ci sono 16 stranieri su 24 totali. Oggi non puoi fare finta che un cognome straniero nasconda solo un bambino arrivato di recente. E l’incidenza sull’apprendimento? Io non ho cambiato programmazione da quando sono arrivati gli stranieri. Oggi devo dire, tuttavia, che riscontriamo una demotivazione alla scuola soprattutto tra i cinesi. Fanno una gran fatica a imparare le lingue. Ho fatto dei corsi d’aggiornamento dove mi hanno spiegato che per imparare una lingua delle discipline ci vogliono cinque o sei anni e questo per loro diventa effettivamente un problema. I cinesi in matematica se la cavano, ma geografia, storia, tecnica, lingue sono cose per loro insormontabili. Cosa succede allora?
Si demotivano, perdono interesse e abbiamo anche verificato casi di ragazzini che hanno marinato la scuola. Cosa che, tra i cinesi della prima ora, era considerata inconcepibile per la loro cultura. Con le altre etnie, a parte gli arabi, è più facile. Il problema dell’apprendimento riguarda prima di tutto questi ragazzini, non il percorso d’apprendimento della classe. Prendiamo l’esame di terza media: i bambini stranieri devono fare questa prova difficilissima e il risultato per molti di loro sappiamo già che sarà insufficiente. È vero che il Ministero dice che deve esserci uno standard di valutazione, ma in questa fase non puoi creare lo standard. Io sono alla fine della mia carriera, fra due anni vado in pensione. Insegno da trentotto anni e da trentotto anni mi hanno detto che la scuola media deve fare una valutazione formativa. Oltre la media dei voti occorre tenere presente il percorso personale dello studente. Qui, invece, ci chiedono una valutazione secca, ma noi, in ogni modo, cerchiamo di far pesare la valutazione formativa. Inoltre, dobbiamo aggiungere che, con le classi numerose che siamo costretti a formare, l’inserimento degli stranieri diventa un problema in più. Un conto è lavorare con una classe di 18 elementi, un altro con una di 30.
Tuttavia tra i genitori c’è allarme. Anche pregiudizi. Durante le ultime udienze ho sentito un genitore contestare il fatto che suo figlio non conoscesse i significati di cateto e ipotenusa. Il prof. aveva un bel dire: “Guardi signora che cateto e ipotenusa si fanno in seconda, in prima parlo di lati, angoli e rette”… Beh, non c’è stato nulla da fare, la madre è andata via dicendo che il professore non aveva insegnato a suo figlio cateto e ipotenusa perché la classe è piena di stranieri. Il diritto alla critica è legittimo ma, io dico, prima di criticare, ragioniamo insieme. Difficoltoso appare anche il rapporto tra corpo docenti e familiari dei ragazzi stranieri. I genitori degli stranieri collaborano come possono; spesso non imparano la lingua, tanto in ospedale, dal medico o in questura si fanno accompagnare dal figlio che ci dice: “Prof., io domani non vengo perché devo accompagnare i miei genitori”. Se chiamiamo i genitori per problemi disciplinari con un bambino, i poveretti, più di dire “ma li potete anche picchiare” non dicono. Sì, in gran parte gli interventi di alfabetizzazione culturale sono organizzati da noi con il supporto di realtà esterne. Certo, abbiamo anche commesso errori all’inizio come quello di fare gruppi di ragazzi troppo numerosi e con varie etnie. I risultati sono stati modesti. Siamo poi passati a gruppi più ristretti e i risultati, infatti, sono stati evidenti. Ovviamente non basta questo. Si fa alfabetizzazione con pacchetti di dieci ore e abbiamo attivato progetti esterni con associazioni culturali e cooperative come Spazi Mediani, Sesamo, Pensiero e Azione. Ma anche volontari, insegnanti in pensione e parrocchie -Ravaldino, Salesiani, San Biagio- che organizzano un utile doposcuola. Il Comune mette a disposizione la mediazione culturale. Effetto dei media o realtà dei fatti? Alla concentrazione di stranieri si associano automaticamente fenomeni di devianza comportamentale. Non è questo il punto. Il punto è che c’è un disagio diffuso. Nell’altra prima che seguo ho un ragazzo marocchino problematico, un ripetente. A inizio anno si comportava da bullo e i genitori degli altri alunni sono venuti a lamentarsi. Ricordo una mamma che mi ha detto: “Guardi prof., i genitori sono in subbuglio e vogliono cacciare l’arabo”. Hanno usato proprio questa terminologia. Al che ho preso da parte il ragazzo, gli ho spiegato la situazione e lui ha capito, tant’è che il suo comportamento è migliorato. Poi dopo un po’ cos’è successo? Si sono scatenati tre ragazzi italiani e i genitori sono venuti a dirmi: “Prof., ci dispiace, i problemi adesso sono altri, sono italiani”. Questo per dire che il disagio è comune. Ho colleghe che lavorano alla Palmezzano, alla Via Ribolle e raccontano gli stessi episodi e, tuttavia, sembra che queste difficoltà le abbia solo la scuola Maroncelli.
(Intervista e foto a cura di Mattia Sansavini)

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