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Il rallegrar degli amici nella buona fortuna

Piero Maroncelli, patriota risorgimentale forlivese, romantico, socialista e cristiano, esule in Francia e negli Stati Uniti dove morì provato dagli stenti e dalle sofferenze patite nella prigione dello Spielberg. Intervista a Sara Samorì, dottore di ricerca in storia contemporanea e studiosa del Risorgimento forlivese.

Piero Maroncelli dà il nome a una delle vie più importanti di Forlì. Puoi parlarcene?
La sua vicenda storica è piuttosto nota e dunque basterà ricordarla sommariamente. Era stato un patriota, musicista, e scrittore italiano, noto soprattutto come autore delle Addizioni, aggiunta a Le mie prigioni di Silvio Pellico. Partecipò attivamente alla Carboneria e per questo fu imprigionato nel 1817 a Forlì. Passò poi a Milano dove conobbe Silvio Pellico e dove partecipò alle attività carbonare nella setta dei “Federati” assieme a Silvio Pellico ed altri. Fu arrestato nel 1820 con Pellico, sottoposto a processo e condannato a morte. La pena fu commutata in 20 anni di carcere duro, incarcerato nella fortezza dello Spielberg a Brno in Moravia. Il 10 aprile 1822 i due amici entrarono allo Spielberg e ne uscirono il primo agosto 1830. Allo Spielberg gli fu amputata una gamba. Fu graziato lo stesso anno. Nel 1831 andò esule a Parigi, sposò Amalia Schneider nel 1833 da cui ebbe una figlia, Silvia. Aderì al socialismo utopistico di Fourier e agli sviluppi religiosi della dottrina mistica di Emanuel Swedenborg. Nel 1833 si recò a New York ove cercò di diffondere le idee socialiste utopistiche del Fourier. Morì negli Stati Uniti nel 1846.
Piero Maroncelli era un poeta, un musicista, un artista completo, molto intelligente e predisposto agli studi. Geniale. Fisicamente pare fosse piuttosto alto, biondo, occhi chiari malinconici, ma molto perspicaci. Caratterialmente era indubbiamente molto sensibile; culturalmente era sicuramente un romantico, stricto sensu: appartenne cioè a quella prima generazione romantica che aveva compiuto il grande salto dalla letteratura alla storia e alla politica. L’impressione che ho avuto approfondendo i miei studi di ricerca storica sulla sua figura era che fosse un anticonformista, un idealista, con una personalità versatile, complessa, certo non banale, e con uno sviluppato senso dell’humor. Intanto introduciamo il “mito” di Maroncelli e diciamo subito che è uno di quei personaggi saldamente inseriti nel cosiddetto “martirologio patriottico” che è parte integrante della mentalità e dei miti della società italiana. Anche l’Italia infatti costituirà, da circa metà degli anni Cinquanta dell’Ottocento in poi, il pantheon delle sue grandi figure di riferimento attingendo proprio dall’esperienza viva del Risorgimento le figure di riferimento verso le quali essa si volge alla fine del secolo, per nutrire con l’esemplarità della loro carriera l’immagine del grand’uomo, atta a istruire le generazioni future e a trasmettere il testimone. A Forlì in particolare, Aurelio Saffi aveva capito il grande valore della memoria storica e della partecipazione civica e realizzerà concretamente, attraverso la toponomastica cittadina, una visione della città democratica immaginata dal pensiero democratico e romantico ottocentesco per caratterizzare il culto della vita politica locale. I nostri personaggi storici locali, assunti a figure di eroi ed eroine risorgimentali, avrebbero potuto e dovuto cementare quel senso di unità nazionale e Maroncelli venne dunque precisamente arruolato fra i precursori dell’Unità. Stimato dai suoi concittadini, fu apprezzato soprattutto all’estero, in Francia e particolarmente negli Stati Uniti dove si era guadagnato l’affetto di molti amici tra i quali il celebre poeta Edgard Allan Poe che, in una rubrica dedicata ai letterati più famosi, citerà proprio il nostro Maroncelli. È infatti l’esperienza dell’esilio americano quella che ad oggi rimane la più interessante e la meno esplorata.
Paradossalmente, la figura di Maroncelli sconterà la medesima nota aneddotica che, dopo la metà degli anni Cinquanta circa del Novecento, lo salderà nella soffitta delle biografie locali come un pacato e sensibile intellettuale romantico, sfortunato patriota forlivese reduce da una delle più feroci galere dell’epoca, lo Spielberg, dove subirà la ormai celebre amputazione alla gamba sinistra e che morirà a New York nel 1846 indigente e mezzo matto. Fin qui la storia “ufficiale”. Credo invece che dietro Piero (Pietro) Maroncelli e la costruzione del suo mito politico ci sia molto di più. In particolare la vicenda americana, quando abbracciò anzitempo le dottrine del Fourier, ad esempio, idee di socialismo molto avanzate per l’epoca e in questo mettendosi non dico in discussione, ma pregiudicando la sua appartenenza all’arcipelago democratico “storico” che faceva riferimento ai mazziniani e ai seguaci di Giuseppe Mazzini. Maroncelli, dopotutto, apparteneva a una generazione precedente a quella di Mazzini ma ci sono testimonianze di una sostanziale divergenza di vedute politiche tra i due, a differenza del rapporto di stima che legò Mazzini al fratello di Piero, Francesco Maroncelli. Mazzini, in particolare, rimase sempre molto contrario alle teorie socialiste fourieriste che Maroncelli abbraccerà negli Usa, considerandole astratte diatribe ideologiche.
Maroncelli nasce nel 1795 a Forlì, dove trascorre l’infanzia e l’adolescenza. Com’era la città a quei tempi?
All’epoca Forlì contava circa 14 mila abitanti, era l’era della Forlì “napoleonica”. Gli anni precedenti, delle rivoluzioni, erano stati duri. I cambiamenti introdotti dalla celebre Repubblica Cisalpina e dall’Impero Napoleonico poi, avevano lasciato il segno; non possiamo sottacere il fatto che rappresentarono agli occhi dei giacobini e dei democratici italiani il nucleo fondamentale del nascituro stato nazionale. La fase napoleonica è stata decisiva per tutta la storia successiva di questi luoghi. Nella vita politica fece il suo ingresso il ceto borghese, fino ad allora sconosciuto; la campagna fu teatro di sommosse. Si passerà progressivamente dalla Romagna pontificia settecentesca a quel mondo completamente diverso che sarà il primo Ottocento. In particolare, sarà precisamente in quegli anni che anche i cittadini forlivesi subiranno la fascinazione delle idee e del carisma di Gioacchino Murat, il Re di Napoli, che parlava agli italiani di un’Italia libera dagli stranieri pur non essendo lui italiano. E certamente, molti giovani cresceranno sull’onda dell’entusiasmo forte che Murat seppe trasmettere a centinaia di forlivesi che seguirono, secondo le cronache, le truppe napoletane contro gli austriaci. È proprio in questo terreno fertile, che Maroncelli coltiverà particolarmente a Napoli, che andarono delineandosi in lui quelle aspirazioni liberali e nazionali che avrebbero profondamente segnato il suo destino.
Chi furono i suoi amici forlivesi?
La vicenda esistenziale di Maroncelli si è consumata, per la maggior parte, in quello che si potrebbe definire una sorta di percorso esterno, in Italia e poi all’estero. Fu però un frequentatore, anzi un amico delle nobili e patriottiche famiglie Saffi e Romagnoli di Forlì: il 15 settembre 1818 salutava il matrimonio di Mariuccia Romagnoli con Girolamo Saffi -il padre di Aurelio -inviando un sonetto per le nozze e ringraziando la sposa, compagna di gioventù, della quale era amico come lo fu del cognato di lei, Pietro Saffi, ardente carbonaro. E poi altre due personalità forlivesi che credo meritino di essere ricordate in quanto legate al Maroncelli da saldi rapporti e vincoli di familiare amicizia: il canonico Santo Agelli, da cui Piero ricevette un’efficace formazione umanistica e cristiana per cui nutrì sempre grande stima nei confronti del Maestro, e il nobile Innocenzo Reggiani che fu per la famiglia Maroncelli un amico solidale e assai benevolo figurando, tra l’altro, padrino di battesimo per ben due volte. Per Piero e per Francesco. “È comune -scrive Maroncelli nel sonetto dedicato alle nozze dei coniugi Saffi- il rallegrar degli amici nella buona fortuna, e della nostra amicizia fra noi poche per avventura si daranno amicizie che contino tanto”. Parole in cui sembrano fondersi i sentimenti e gli ardori della giovinezza con la dolce rassegnazione della maturità.
Accennavi all’esperienza napoletana..
Dal 1810 è a Napoli per studiare nel collegio di San Sebastiano e portare avanti i suoi studi. A contatto con il milieu napoletano entra nella società massonica sorta all’interno del collegio denominata della Colonna armonica, un’appendice della Loggia massonica della capitale; fatto peraltro abbastanza comune nell’Italia dell’epoca. Sarà l’età napoleonica, infatti, che grande rifioritura della massoneria nella nostra penisola. A Napoli, quindi, si formò come musicista, ma anche come scrittore, poeta, confermando allo stesso tempo, con quella celebre terzina dantesca composta nel luglio del 1817 e per la quale verrà successivamente incriminato, tutto l’afflato patriottico. In realtà non smise mai l’attività cospirativa. Fu prima massone, poi carbonaro, interprete di una sua particolare teorizzazione del romanticismo, il cormentalismo, seguace di Fourier e dello Swedenborg. E si professerà per tutta la vita, tra l’altro, cattolico. Dimostrava di essere una persona, insomma, che si poneva molte domande e molti interrogativi e l’ultima fase della sua vita testimoniò, a mio parere, proprio questo. Nell’andare oltre le teorie che nel periodo andavano per la maggiore, lavorava su quelle teorie socialiste che ho già citato; aveva cara l’idea di cercare le condizioni e gli strumenti per migliorare la condizione umana.
Poi inizia la sua esperienza di esule…
Sì, prima in Francia e poi negli Stati Uniti. La sua esperienza all’estero gli apre giocoforza nuove prospettive da cui guardare il mondo e gli scenari politici, entrò infatti in contatto con nuove idee. Rivide, ad esempio, anche la sua fede cattolica, rinnovandola in una forma più pura, una sorta di ritorno alla fede dei primi cristiani.
La vita all’estero di tutti questi esuli -per la maggior parte istruiti, intellettuali membri dell’aristocrazia o della medio alta borghesia -è fatta di reti. Una rete d’idee liberali e molto avanzate per l’epoca. Insomma, questi personaggi che gravitavano nei circoli esteri si conoscevano e si conoscevano bene. Una realtà certificata, tra l’altro, nel nostro caso, dalla testimonianza del rapporto di Maroncelli con alcuni intellettuali all’estero. I circoli letterari o salotti politici -che vengono richiamati spesso- non solo costituivano luoghi di rifugio per i nostri patrioti all’estero, ma veri e propri luoghi di aggregazione per la discussione, l’elaborazione e la preparazione di alcune tra le teorie più avanzate dell’epoca. Erano vere e proprie “cucine internazionali”, per usare una metafora a mio parere indovinata, che cucinavano e preparavano idee innovative poi servite e discusse nei vari salotti internazionali. Nel caso di Maroncelli si parla anche della Tammany Hall, punto di riferimento per l’emigrazione italiana dell’epoca, nata come società a scopo filantropico e poi diventata l’anticamera del Partito Democratico a New York nell’Ottocento. Ma questa storia meriterebbe davvero altro spazio. Fatto sta che la contaminazione ideologica tra i vari paesi ha contribuito fattivamente alle vicende risorgimentali, con il sostegno di moltissimi intellettuali alla causa italiana e con la mobilitazione di vasti settori dell’opinione pubblica. A metà dell’Ottocento si aveva all’estero un’idea piuttosto aneddotica dell’Italia, come se fosse solo una sorta di “museo a cielo aperto”. Gli esuli restituirono all’estero un’immagine dell’Italia “viva”: un Paese percorso e percosso dalle lotte per l’autodeterminazione e l’indipendenza nazionale. Insomma, gli italiani si facevano conoscere ed erano apprezzati, non solo dal ceto intellettuale, ma anche dall’opinione pubblica delle comunità ospitanti. Ricordo anche che in occasione della traslazione dei resti mortali di Maroncelli da New York a Forlì, nel 1886, ci fu una grandissima festa pubblica a New York. E una grande accoglienza, del resto, ci fu nelle varie stazioni ferroviarie italiane dove il treno, con i suoi resti, fece tappa. A Forlì la salma fu ricevuta direttamente da Aurelio Saffi, allora influente e attivissimo politico locale.
Ecco, Marocelli era morto nel 1846…
L’aneddotica del tempo dirà che morì pazzo e mezzo cieco. Di lui rimane la storia della sua malattia, della gamba amputata e di questa morte “oscura”. È probabile che sia morto a seguito dell’aggravarsi delle sue condizioni psico-fisiche, in gran parte causate dall’amputazione subita del ginocchio sinistro per il tumore provocato dal peso delle catene portate allo Spielberg, dagli stenti e dalle immani sofferenze patite in otto anni di carcere duro e di prigionia in condizioni disumane pazzesche, ma anche dall’esaurimento provocato dalla continua ricerca di un miglioramento di una propria situazione economica ed esistenziale molto dura e difficile.
Accennavi all’esperienza napoletana…
Il suo sepolcro è nel cimitero monumentale di Forlì insieme a quello di altri celebri protagonisti del nostro Risorgimento, come Aurelio Saffi, in un’ala riservata ai martiri forlivesi caduti per la causa nazionale. Il nostro “panteon” si può visitare lì.

(a cura di Tonino Gardini. Foto di Michele Dori)

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