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L’accordo separato/2 – La versione della Fim-Cisl

La Fim-Cisl dà la sua versione dell’accordo Marcegaglia sul salario d’ingresso, che tre mesi fa aveva provocato una rottura nelle relazioni tra le categorie del territorio; le ragioni ribadite; gli effetti indiretti sulle elezioni Rsu…

Claudio Valentini è del direttivo Fim Cisl Forlì-Cesena.

Come si è arrivati all’accordo separato Marcegaglia?
Farei una premessa. Marcegaglia non è immune all’andamento del mercato: se in passato aveva sempre utilizzato, in situazioni di crisi, ferie e permessi arretrati, questa volta non si erano dimostrati sufficienti, così da due anni ha riscoperto la cassa integrazione. Quello di Forlì, inoltre, è uno stabilimento con retribuzioni medie al di sopra del settore e anche delle altre sedi del gruppo, con un 15%, circa 300 euro mensili, in più rispetto alle voci base: una paga di 1.500 euro netti, con la quattordicesima, un Cud per operaio di 25.000 euro e picchi, per un quinto livello, di 31.000 euro. Se pensiamo che un operaio Electrolux si attesta mediamente sui 18.000, si capisce che lì i salari sono buoni; poi è chiaro che l’ambiente è diverso, sia il lavoro che le condizioni climatiche sono più dure. La discussione che si è infiammata nel marzo scorso è però partita nel 2009, quando Marcegaglia aveva dichiarato la necessità di espandersi e mantenersi competitiva. Per investire aveva però bisogno di applicare un primo salario al di sotto delle retribuzioni base di stabilimento, con un’acquisizione progressiva di premi e indennità. Dunque, un salario d’ingresso, che però garantisce la certezza del rapporto di lavoro: è vero che ci vogliono 5-6 anni per arrivare alla paga piena, però dopo 3 anni si è già a tempo indeterminato -nel sistema dell’apprendistato c’è l’obbligo di riconfermare almeno l’80% dei contratti- quindi c’è una certezza occupazionale che porta progressivamente al pari coi colleghi. Inoltre, la media salariale d’ingresso è superiore anche alla paga-base del settore. Parliamo, poi, di un contesto difficile, una fase in cui il lavoro non c’è, in cui offrire certezze occupazionali e un progressivo adeguamento del salario non ci sembrava una cosa negativa. Strategie simili si sono adottate in Germania, dove Opel e Volkswagen, già alle prime mosse della crisi, nel 2008, hanno fatto una politica di assunzioni con salario d’ingresso. Quest’anno Volksvagen ha potuto distribuire agli operai 7.000 euro di premi. Noi, firmando quell’accordo, non abbiamo ridotto la paga a nessuno: abbiamo solo introdotto un salario d’ingresso diverso. Cosa peraltro già fatta a Forlì, quando ci fu il passaggio da Zanussi a Electrolux: lì, per salvare l’azienda, si partiva dal livello più basso di paga. Con quella strategia fu possibile portare in fabbrica circa 500 nuovi lavoratori, poi si passò a 1.000, fino ai 1.400 ante-crisi.

Ci fu conflittualità all’epoca?
No, vi fu, peraltro, un accordo nazionale. Cose del genere si sono sempre fatte: il problema qui si è avuto per via del nome dell’azienda, non per altro. Il premio aziendale non si dà mai subito, ma una volta maturata una certa anzianità. Pensiamo anche all’ultimo contratto nazionale, quello dei bancari, firmato unitariamente da Cgil, Cisl e Uil: anche lì c’è il salario d’ingresso. Tranne due, ormai tutti gli stabilimenti Marcegaglia avevano firmato l’accordo e ­l’hanno firmato anche i delegati Fiom. Credo che Forlì sia stata scelta come campo di battaglia -qui la Fiom è più forte che altrove- e si è voluto farne un caso che, però, ha portato alla rottura delle relazioni sindacali su tutto il territorio, creando un sacco di problemi: mai a Forlì era successo che le organizzazioni sindacali si spaccassero in un tale periodo di crisi.

Si battaglia anche sulla rispettiva rappresentatività…
Oggi il problema della Fiom è che, stando alle regole, in teoria, non essendo firmataria del contratto nazionale, sarebbe fuori dalle aziende. Ancora nessuna azienda forlivese applica questa normativa, però immagino che la paura ci sia. La normativa in questione è l’articolo 19 della legge 300, poi modificato da un referendum del ’95 promosso proprio da Fiom e Rifondazione Comunista, che volevano tenere fuori i Cobas dalle fabbriche. Cosa si diceva? Che se sei firmatario del contratto nazionale hai diritto alla rappresentanza interna, altrimenti no. Oggi quella clausola gli si è ritorta contro. La battaglia Marcegaglia, in questo momento, è in realtà su altro, non il bene dei lavoratori, perché a due mesi dall’accordo le domande di assunzione in Marcegaglia non si contano. Oggi nel territorio mancano investimenti, non si crea occupazione. L’accordo separato, invece, era pensato proprio per creare occupazione perché quando partirà il nuovo capannone ci staranno più dipendenti.

Avete dovuto fare un compromesso?
L’azienda ci ha detto che doveva essere messa in grado di fare nuovi investimenti per migliorare la produttività degli impianti e abbassare i costi. Non è il caso di definirlo ricatto: parliamo di un’azienda che in questi anni non ha mai tolto niente allo stabilimento di Forlì e nonostante la crisi è riuscita a fare soltanto dieci giorni di cassa integrazione.

A giudicare dalle elezioni Trasmital pare che la Fiom sia stata premiata…
La Fim in quell’azienda è cresciuta per l’ennesima volta in termini di voti: ne abbiamo presi più del numero degli iscritti. Ciononostante, siamo a zero delegati perché è venuto meno l’accordo di solidarietà, sancito anni addietro dalle sigle maggiori, secondo il quale -indipendentemente dai voti- un posto in Rsu era garantito a ciascuna sigla. L’accordo è stato disdettato dalla Fiom in occasione dell’ultimo contratto nazionale. Durante la campagna per le Rsu Bonfiglioli dicevano che senza maggioranza Fiom sarebbe stato cancellato l’art.18 e sarebbe arrivato il salario d’ingresso come in Marcegaglia… Io dico: magari! Perché vorrebbe dire che ci sono nuove assunzioni. Il salario d’ingresso invece ha precisi obblighi contrattuali nei confronti dei neo-assunti. In Bonfigloli fanno contratti di 3 mesi, arrivano a ridosso dei 18 e non li confermano… Cosa succede? Sì, il contratto aziendale dice che dopo 18 mesi bisogna assumere, ma se arrivo, poniamo, a 15 mesi, se ne faccio altri 3 divento fisso; così chiamano qualcuno che è a 12 mesi, o altri che partono da zero… Solo che lì la maggioranza è Fiom e chi condanna queste cose dà fastidio.

Esiste una polemica legata alla trasparenza dei tesseramenti…
Su questo siamo d’accordo, l’abbiamo sempre sostenuto, ci deve essere trasparenza sull’iscrizione, infatti le discussioni nel 2009 con la Cgil erano principalmente su questo. Adesso abbiamo un sistema di certificazione interna per cui non si può iscrivere due volte la stessa persona. La Cisl poi ha un bilancio aziendale trasparente, per di più certificato da un ente terzo.

Quanti iscritti avete in Marcegaglia?
A oggi, 43.

L’accordo si sta ripercuotendo sui rapporti sindacali nel territorio?
Sì, è proprio cambiata la politica sindacale della Fiom di Forlì nell’ultimo periodo. Io sono qui dal 2003 e durante le crisi non mi è mai capitato di vedere una simile presa di distanze. Litighiamo per il contratto nazionale, per quello aziendale, ma il resto non deve succedere: non c’è cosa più brutta per un operaio che è in un’azienda in cassa integrazione vedere i sindacati litigiosi. In un momento del genere dovremmo stare vicino ai lavoratori.

Anche agli imprenditori?
Questo è sempre stato il sindacato: se gli interessi sono comuni devi svilupparli, ed è in questo spirito che siamo andati assieme a tanti imprenditori a denunciare le banche che non concedono il credito… Oggi ci sono imprese che scoppiano non tanto per mancanza di commesse, quanto di liquidità, che non arrivano a pagare la retribuzione arretrata anche di più di tre mensilità. Se però il tema del lavoro viene visto solo tramite media, il problema agli occhi di tutti è: “Col salario di ingresso in Marcegaglia si perdono diritti”. Tutto il resto va in secondo piano. E invece, anche noi dovremmo essere tutti i giorni sui giornali a denunciare il problema complessivo. Ecco perché ritengo che il sindacato debba lavorare in maniera diversa, in crisi. Questo però non sta avvenendo, oggi la Fiom vuole far passare il messaggio per cui è l’unico sindacato a fare qualcosa e ha avviato una politica unilaterale.

Lamenta una delegittimazione?
Sì, perché oggi per vincere le elezioni Rsu in un’azienda si fa un volantino che non è su quell’azienda, ma sul problema di un’altra che viene generalizzato. Ma se vado da un dipendente Electrolux e gli chiedo di fare sciopero per un dipendente Marcegaglia che prenderà 24.000 euro di Cud il primo anno, quando lui ne ha presi 16.000, forse anche se glielo spiego bene non mi capirà. Poi, insomma, è stato chiesto ai lavoratori Marcegaglia se andava bene, è stato fatto un referendum e chi dice che la democrazia è tutto quell’esito dovrebbe accettarlo.

C’è una clausola per cui serve la maggioranza delle Rsu…
Se applico le regole che si richiamano sempre, bisogna rifarsi all’esito del referendum. Fatto il referendum e avendolo perso, adesso la Fiom si attacca all’accordo del 2011 dicendo che, in base ad esso, l’accordo separato non è valido. Nel giugno scorso contestarono la Camusso per aver firmato quell’intesa, dicendo che non l’avrebbero ritenuto valido. Ora, invece, lo è? Stessa cosa per l’accordo del ’93: lo richiamano, ma non l’hanno mai sottoscritto…

Ritiene che le istituzioni si siano “schierate” sull’argomento?
Credo abbiano intravisto in quest’accordo la possibilità di riassumere subito persone rimaste a casa, riprendere il turnover che non era ancora stato coperto e aumentare la capienza con un capannone per il quale già è stata chiesta l’autorizzazione e sono stati versati 500mila euro circa di lottizzazione. Parliamo di un capannone di 60.000 mq che, portati a regime, significheranno altri settanta posti di lavoro. A Ravenna, dove hanno introdotto il salario d’ingresso un anno e mezzo fa, hanno assunto 130 persone. Intendiamoci: se un’azienda mi chiama perché vuole diminuire i salari io dico di no, qui però parliamo di salari d’ingresso che in questo momento riguardano 12 già presenti e 8 con cui coprire il turnover. In questo momento c’è un calo produttivo, però se Electrolux dovesse dirsi disposta a ri-occupare le persone usando il salario di ingresso, come già in passato -salario che ci consentì tra l’altro di occupare forza-lavoro femminile in un territorio dove si stenta- io lo firmerei ancora. Non dimentichiamoci che non stiamo riducendo lo stipendio a nessuno: parliamo di persone che chiedono di andare a lavorare, sono loro che accettano o non accettano questi salari. Quando mi si dice che al referendum dovevano votare gli interessati, cosa significa, fare votare tutti i disoccupati di Forlì?

Secondo lei come si esce da questo stallo nelle relazioni sindacali?
Per me, coi risultati dell’occupazione. Purtroppo, in questo momento la politica sindacale dev’essere difensiva. Siamo uno dei territori più in crisi della Regione e rischiamo di perdere tessuto sociale. Chi esce adesso dalle fabbriche ed è sopra i cinquant’anni non trova più una ricollocazione, è questa la cosa drammatica… Sicuramente il sindacato deve smettere di litigare su queste cose, perché il salario d’ingresso si è sempre fatto, in tutta Italia, insieme. Il problema è stato il nome di un gruppo che però si chiama così da cinquant’anni…

(a cura di Stefano Ignone)

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