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Una casa, insomma

Un’esperienza pilota in Italia, che forse tornerà utile ora che finalmente si pensa di chiudere gli Opg, i manicomi criminali; la possibilità di un lavoro, l’aria aperta e il tempo libero, e il vivere, di nuovo, in una casa…

Stefano Rambelli è psicologo e Presidente di Sadurano Salus, cooperativa che gestisce casa Zacchera, primo tentativo di superamento dell’esperienza degli Ospedali giudiziari psichiatrici. La struttura si trova fra le colline di Sadurano, frazione di Castrocaro.

Come nasce, nel 2007, l’idea di casa Zacchera?
L’idea di casa Zacchera in realtà nasce molto prima. La Regione Emilia-Romagna da 10-15 anni si poneva il problema di superare la realtà rappresentata dagli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) e per questo aveva realizzato il progetto Antares, predisponendo un reparto all’interno dell’Opg di Reggio Emilia in cui gli agenti comparissero solo di notte e gli aspetti del trattamento fossero riservati a infermieri, psicologi, psichiatri. Hanno cominciato ad aprire le celle, a occuparsi di queste persone non più prevalentemente come detenuti ma come persone da curare, comprese anche le persone violente rispetto ad altri pazienti, quindi con qualche aspetto di vigilanza. Successivamente hanno cercato di aprire strutture simili a casa Zacchera in altri luoghi della regione ma non sono riusciti a trovare luoghi in cui si potessero concentrare tutte le competenze necessarie: le competenze tecniche sì, si trovavano, ma quelle sociali, cioè il fatto che un comune accettasse di ospitare il progetto, si era rivelato molto più difficile da trovare. Ecco, a Castrocaro hanno trovato tutte queste competenze insieme: una cooperativa che avesse in sé capacità tecniche di investimento e relazione in una struttura tanto complessa e articolata, un comune disponibile, un’azienda Asl motivata e rapporti con le autorità sia di vigilanza sia della magistratura sufficientemente cordiali e partecipativi. Dal 2005 al 2007, vi sono stati i lavori preparatori per spiegare concretamente al territorio di Forlì cosa sarebbe stata casa Zacchera, per mettere a punto non tanto il progetto architettonico, quanto quello curativo-riabilitativo. In questo periodo la cooperativa Sadurano Salus, che oggi gestisce la struttura, ha investito risorse del proprio personale per pensare il progetto. Nell’ottobre 2007, infine, c’è stata l’apertura.

Come si può definire casa Zacchera?
Casa Zacchera è una struttura di transito, all’interno della quale chi è inserito sa che è un progetto che ha un termine e che sarà il luogo che precede il rientro nel proprio territorio di appartenenza. Faccio un esempio: se io sono in Opg, sono di Modena ed entro a casa Zacchera, so che nel giro di due anni ritornerò a Modena. Perché questo? Perché ci sono persone che hanno una pericolosità sociale medio-bassa, ma con medio o forte rischio di ripetere quello che hanno fatto. Con casa Zacchera si cerca di capire assieme se questo rischio c’è ancora o è scemato, di capire di cosa una persona ha bisogno per evitare di ritornare a fare quello che ha fatto, che tipo di cura, che tipo di realtà, che tipo di socializzazione. In questo modo, quando esci, non solo chi ti accoglie, ma tu stesso avrai un’idea di te un pochino più vicina al vero. Sai, un conto è dire: “Sto bene”, chiuso in quattro mura, che qualsiasi cosa succeda mi chiudono la porta. Non è un reinserimento, quello. A casa Zacchera, vivi una realtà sufficientemente simile a quella che vivrai quando ritornerai nel tuo territorio, ma estremamente osservata e partecipata da operatori.

E la loro vita quotidiana?
È abbastanza simile alla nostra. La differenza è che pranzano e cenano al ristorante. Chi ha la capacità, si alza presto la mattina, va a lavorare o in borsa lavoro o presso aziende delle cooperative vicine a casa Zacchera. Chi non lavora fa altre attività all’interno della casa. Hanno ping pong, computer, poi svolgono colloqui con psicologi e psichiatri. Una casa insomma, solo un po’ più grande. Da studente, uno direbbe: “Beh, abitassi qui con una ventina di amici e potessi farci feste non sarebbe neanche male”. In tutto sono in sedici. Quella di averne pochi è una scelta che abbiamo fatto insieme a Regione e Asl, perché ci sono aspetti di cura che vanno seguiti attentamente. Questa fase di passaggio è prevista solo in Emilia Romagna? L’Emilia Romagna è l’unica regione che ha costruito un progetto così globale. Attualmente di così strutturato secondo me non c’è nient’altro in Italia, anche se penso stiano cominciando a muoversi altre regioni. È stato realizzato qui perché i cittadini di Castrocaro, i carabinieri, la polizia, la Prefettura di Forlì, i forlivesi, la Regione, l’Asl, hanno tutti dimostrato una coesione sociale che non si vedeva da anni. Sono riusciti a sopportare questa struttura senza allontanarla, senza spaventarsi. L’assessore ai servizi sociali di Castrocaro parla di Sadurano e di casa Zacchera come della cosa migliore che sia capitata nella zona.

Ha influito che esistesse da tempo una comunità a Sadurano? 
Certo, ma penso che conti molto la vicinanza che il paesino permette. Faccio un esempio: entri in un bar e senti persone che parlano male degli arabi. Poi ne entra uno e tu chiedi: “Scusate, ma Abdullah è di quelli che avetedetto”. E loro ti rispondono: “No, no, lui non c’entra, lui fa il muratore, lavora con Franco, viene qua tutti i giorni, ci porta i calzini e ce li dà a meno…”. Questa è secondo me l’essenza e la forza del piccolo paese. Perché sei razzista se uno è lontano ma, se lo conosci, è un’altra cosa.

Ci si aspetta che siano le grandi città a essere più aperte e i piccoli centri più chiusi…
“Chiusi e aperti” non so cosa voglia dire, capisco che quello che funziona è come stiamo insieme, che l’incontro, che non sempre va bene, funziona anche solo per il fatto che è avvenuto. In Romagna c’era un vino che si chiamava pagadebit, che era offerto in modo che uno si ubriacasse e non si ricordasse dei crediti che gli eran dovuti. Ma se tu bevevi il vino che ti era offerto voleva dire che un minimo di frequentazione c’era. Poi il debito sarebbe stato pagato, ma c’era un rapporto, una relazione nel mettersi a bere allo stesso tavolo, che dava fiducia. La mancanza di questo rapporto è all’origine del problema della moltiplicazione delle certificazioni attualmente richieste. Oggi hai bisogno di cinquanta certificazioni, perché non sai più chi hai davanti, hai bisogno di un altro che te lo garantisca.

Quanto liberamente si possono muovere le persone a casa Zacchera
Si muovono sempre accompagnati da qualcuno, sono persone in regime di licenza finale di esperimento. Dopo un periodo in Opg, il magistrato può decidere, in base alla situazione clinica e al percorso in Opg, se puoi cominciare ad uscire. Ipotizzano che tu non abbia più bisogno di essere tanto controllato e quindi, pur rimanendo internato, “vai in licenza” per un periodo che varia da quindici giorni a crescere. Questo sempre con delle prescrizioni che limitano le tue libertà: non puoi uscire dopo le nove di sera, devi girare con un operatore, non puoi associarti con persone pregiudicate, non puoi abusare di alcolici, né ovviamente di stupefacenti e se violi una di queste regole torni immediatamente indietro.

Ci sono state persone che non sono riuscite a vivere bene quest’esperienza?
Sì. Può essere che non abbiamo capito cosa gli era utile, oppure il mondo era troppo complicato per loro. Definiamo la malattia mentale un modo molto personale che ha un individuo di sopportare la realtà. E come fa per sopportare la realtà? La cambia un pochino. Come facciamo tutti. Ma perché la cambia? Perché la realtà che ha vissuto in un altro momento della sua esistenza, era così insopportabile che ha imparato che doveva un po’ cambiarla. A volte questo cambiamento della realtà è così radicale che si chiama delirio e ci fa credere di essere Napoleone o ci porta ad annullare qualcun altro: tu non ci sei, non ci sei talmente che ti faccio fuori. Questo cambiamento, così estremo, è quello su cui cerchiamo di operare. Bisogna tenere conto che in Opg paradossalmente la realtà è meno complessa. È un luogo dove fai l’esperienza della disumanità della vita, ma si tratta di una vita poco complessa. Non ti devi stressare, pensare all’affitto, alla fidanzata, alla macchina. È una realtà meno democratica ma anche molto meno problematica. Non voglio dire con questo “per fortuna che c’è l’Opg”, ma sto dicendo che questo sogno di arrivare a casa Zacchera ha anche un aspetto che è molto complicato. Perché si è sottoposti a tutta una serie di stimoli esterni che ti mettono magari più in difficoltà. Ma questo è un problema che secondo me hanno vissuto anche coloro che negli anni ‘85-‘90 hanno cominciato a occuparsi della chiusura dei manicomi. Molti ricoverati, come erano chiamati allora, non volevano uscire dal manicomio perché erano spaventati.

Però forse state dimostrando che si può fare? Ha detto dell’importanza del rapporto col territorio…
Io credo di sì. Tanti pazienti hanno accettato anche di essere intervistati perché il loro progetto era di aiutare con la loro testimonianza altri a uscire. Perché c’è chi ha le capacità, la stabilità, la voglia di uscire e non riesce perché il territorio non lo accoglie; poi c’è chi non ha le capacità e forse è meglio che per un po’ non esca. Ci sono magari persone che hanno problematiche così acute che è meglio che non vengano dimesse dalla terapia intensiva. Ma ce ne sono tante altre che stanno in terapia intensiva o, per meglio dire, in una zona ad alto controllo, quando potrebbero stare in zone a terapie anche più intensive ma con meno controlli. Perché l’Opg ha due aspetti: uno è il controllo, di cui si occupa la polizia penitenziaria, e l’altro è la cura, di cui sono responsabili infermieri, psicologi e psichiatri. Allora, casa Zacchera è il tentativo di ridurre al minimo l’aspetto della sorveglianza proprio perché abbiamo aumentato quello della cura. È possibile per tutti? Non lo so, però con i pazienti arrivati a casa Zacchera, ci sembra che questo sia possibile. Non è detto però che lo potesse essere anche per quelli che non sono stati selezionati per venire qui.

Il fatto che la struttura si trovi né troppo in “centro”, né in un luogo troppo isolato, ha aiutato?
Abbiamo pensato che andasse bene anche per questo, anche perché non dimentichiamo che questi ragazzi sono sotto i riflettori a cicli di due anni. Perché non puoi sviluppare un progetto così e tenertelo solo per te. Di contro, però, ciò pone questi ragazzi sotto grande attenzione; loro sanno che il progetto chiamato casa Zacchera è un progetto unico, in Regione, c’è tutta questa atmosfera carica di impegno. Dunque, poter stare un po’ in campagna, riprendere anche un aspetto un poco più conviviale dell’esistenza, più radicato su vecchie tradizioni, aiuta.


In una grande città, in un palazzo magari, non sarebbe stata la stessa cosa…

È un’altra cosa. Non saprei dire perché non so immaginare una certa operatività nel centro storico di Bologna. Io penso che ci voglia una certa pace, una certa intimità, una certa calma, ci voglia l’onestà di un paese intorno. Riesce una grande città a farmi sentire questa onestà dei rapporti? Poi c’è l’altro aspetto, la città ti porta sempre i grandi onori, ma io non sono un professore, sono uno psicologo normale, non sono anziano, non scrivo libri, non ho nemmeno pazienti famosi. Questo mi ha aiutato molto.

Qual è un problema che ha incontrato durante questa esperienza?
Uno dei problemi maggiori che questa esperienza mi ha mostrato è che viviamo in un mondo dove vogliamo che sia tutto perfettamente controllato, dove non puoi ammettere che una persona abbia commesso un errore e che magari tu l’abbia spinta, casomai senza rendertene conto. Magari scopri che ci sono persone disumane nei confronti di altre, che a loro volta erano state trattate disumanamente. Ci vuole qualcuno che aiuti a interrompere questa catena. Quindi i doveri verso gli altri sono sia del paziente, responsabilizzato, sia… Della comunità. Certo, ma anch’io che sono il curante ne ho. Non posso pretendere che se mi trovo in un bar a Castrocaro e un paziente fa confusione, i castrocaresi debbano sopportarlo. Mi devo dare da fare perché questa persona non alzi la voce; il castrocarese non è razzista, è una persona normale che va a fare colazione in un bar e non vuole che si urli. Poi il castrocarese può dire: “Ha urlato una volta sola, cosa vuoi che sia, faccio colazione tutti i giorni al bar, per una mattina non succede niente”. Ma questo lo deve dire lui, io so che lui ha diritto a fare colazione in santa pace e il mio compito è assecondarlo. Certi pazienti hanno tutto il diritto di andare in giro come tutti gli esseri umani, ma anche gli altri esseri umani hanno lo stesso diritto. Questo complica i rapporti tra le persone, li dinamizza perché ci costringe tutti a metterci d’accordo ogni volta, a confrontarci. E questo richiede tempo, voglia.

Questo perché la libertà spesso rappresenta un grande problema…
Beh, altrimenti non si spiegherebbe come mai tutti cercano la libertà ma periodicamente si va a finire in forme di dittatura. La libertà è una rogna. Se a me dici cosa devo fare, io quando l’ho fatto posso star sereno, senza aver altro cui pensare. Per metterti d’accordo col tuo vicino sui rispettivi confini, devi prenderti un sacco di tempo, se te li tracciasse un altro saresti già a posto. La libertà richiede tempo, cultura, disponibilità e comporta una complicazione, ma crea quella dinamicità propria dell’esistenza umana.

(a cura di Giovanni Pasini e Barbara Pianese,
foto di Fausto Fabbri)

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