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	<title>Questa città</title>
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	<description>mensile del forlivese</description>
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		<title>Potersi muovere</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jun 2013 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>questacitta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Forlì]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[storie di giovani]]></category>
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		<description><![CDATA[Ragazzi non forlivesi che riconoscono alla città una vocazione internazionale e riattivano una cooperativa che ogni anno porta più di cento volontari europei nel territorio; non solo studenti ma anche lavoratori&#8230; Alberto Dell’Amore, Andrea Lombardi, Elena Irti ed Enrico Zanotti (soci lavoratori) e Lucia Mancino (collaboratrice) raccontano Uniser, cooperativa forlivese che si occupa di mobilità internazionale. Potete [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ragazzi non forlivesi che riconoscono alla città una vocazione internazionale e riattivano una cooperativa che ogni anno porta più di cento volontari europei nel territorio; non solo studenti ma anche lavoratori&#8230;<strong></strong></strong></p>
<p><em>Alberto Dell’Amore, Andrea Lombardi, Elena Irti ed Enrico Zanotti (soci lavoratori) e Lucia Mancino (collaboratrice) raccontano Uniser, cooperativa forlivese che si occupa di mobilità internazionale.</em></p>
<p><strong><strong><strong><a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/06/Schermata-2013-06-17-alle-10.59.44.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1108" title="fotoPintus" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/06/Schermata-2013-06-17-alle-10.59.44.png" alt="" width="786" height="546" /></a></strong></strong></strong></p>
<p><strong>Potete spiegarci le origini della vostra cooperativa?</strong><br />
<em>Andrea</em>. Uniser è stata fondata nel ’98 come un progetto pilota di Legacoop, che volle creare una cooperativa di giovani che offrisse servizi agli studenti nel momento in cui Forlì diventava città universitaria<br />
<strong>Voi però non eravate tra i fondatori&#8230;</strong><br />
<em>Andrea</em>. L’attuale compagine sociale è entrata nella cooperativa a dieci anni dalla sua nascita. Quando è stata fondata, l’ottica di cosa fosse una cooperativa e di come andasse gestita non era così alta come quella che avevamo noi, ragazzi di 27-28 anni con un’idea molto più chiara e la consapevolezza di voler costruire un lavoro per il futuro.<br />
<strong>Prima qual era l’attività prevalente?</strong><br />
<em>Andrea</em>. I vecchi soci ci hanno lasciato un curriculum fantastico e tantissimi contatti&#8230; La mobilità era una delle attività prevalenti, ma non l’unica. Per raggiungere la sostenibilità, nel tempo avevano affiancato alla mobilità anche l’organizzazione di corsi ed eventi, arrivando a gestire anche una copisteria. Ora, a differenza di prima, la mobilità è l’unica attività.<br />
<strong>Come è composta l’attuale compagine?</strong><br />
<em>Andrea</em>. La squadra si compone da soci lavoratori -io, Alberto, Enrico ed Elena-, collaboratori continuativi -Lucia e Cecilia- e volontari europei, che possono collaborare dai due ai dodici mesi.<br />
<strong>Quali sono i vostri ruoli qui?</strong><br />
<em>Alberto</em>. Mi occupo della parte amministrativa e contabile, nonché delle questioni inerenti agli aspetti giuridici e contrattuali.<br />
<em>Elena</em>. Io sono la responsabile dell’accoglienze delle persone che vengono qui per i tirocini, che durano dalle tre settimane ai sei mesi. Seguo programmi europei come il Leonardo, l’Erasmus placement e altri finanziati dal Fondo Sociale Europeo. Sono anche responsabile delle partenze dall’Italia del Servizio volontario europeo.<br />
<em>Andrea</em>. Seguo le pubbliche relazioni, anche internazionali, e lo sviluppo delle nuove attività.<br />
<em>Lucia</em>. Nel 2012 mi sono occupata della gestione operativa del progetto Moving Generation. Ultimamente lavoro su alcune delle proposte di progetti per il prossimo anno.<br />
<em>Enrico</em>. In questi anni mi sono occupato principalmente dello Sve. Nel 2009-2010 abbiamo accolto contemporaneamente anche sedici volontari, adesso il volume si è un po’ ridotto a circa una decina. Poi c’è Cecilia, che oggi non è presente: è a lei che pian piano sto passando tutta la conoscenza dello Sve. Già da due anni si occupa di fare il corso di italiano sia ai tirocinanti che ai volontari europei. C’è da sempre un rimescolio dei nostri ruoli.<br />
<strong>Qual è stato il vostro percorso per entrare in Uniser?</strong><br />
<em>Enrico</em>. Io e Andrea abbiamo fatto lo stesso percorso: superiori e università; poi siamo andati all’estero per fare pratica e cercare nuove opportunità, scopo per il quale ci eravamo avvicinati a Uniser. Grazie a questa cooperativa siamo riusciti a fare la nostra esperienza, io in Spagna, lui in Francia.<br />
<em>Andrea</em>. All’inizio non volevamo tornare in Italia e creare subito un’organizzazione, sulle prime pensavamo tutti di ripartire per un altro scambio. Partecipai a un bando Leonardo per la Spagna, ma non vinsi: mi dissero che ero “overskilled”, troppo qualificato. Così, un po’ deluso, andai da Uniser a chiedere qualche consiglio per avviare un’attività a Bologna.<br />
<em>Enrico</em>. Successe però che le ragazze che al tempo gestivano Uniser avevano manifestato l’intenzione di chiudere l’attività, così ci siamo inseriti. Forlì ci ha “richiamati”. anche se tutti gli amici, da buoni cesenati, dicevano che eravamo matti&#8230; Certo da noi non si ama molto questa città, c’è un po’ di indifferenza.<br />
<em>Alberto</em>. Mah, io sono arrivato qui senza pregiudizio&#8230;<br />
<strong>Secondo il luogo comune, Forlì avrebbe tutto da invidiare a Cesena, città dalla quale provengono tre dei quattro vostri soci lavoratori&#8230;</strong><br />
<em>Alberto</em>. Forlì era qualcosa di ignoto, nonostante fosse a venti chilometri&#8230; Avevo voglia di scoprire cosa poteva dare la città.<br />
<em>Andrea</em>. Quando sono arrivato qui mi sono trovato molto a mio agio da subito, nonostante avessi ricominciato da zero in diverse città e non ne avessi più tanta voglia. Ho trovato molte persone che mi hanno accolto con calore -cosa non facile in una città romagnola- forse proprio perché Forlì è piena di persone che vengono da fuori. Mi sono sentito a casa molto in fretta. Trovo singolare l’energia che c’è qua, a parer mio non è comune trovarne in una città così piccola della provincia italiana.<br />
<strong>Tu, Alberto, come ti sei avvicinato alla cooperativa?</strong><br />
<em>Alberto</em>. Anch’io conoscevo Andrea fin da quando eravamo piccoli: ci siamo rivisti casualmente un giorno in stazione a Cesena e mi ha chiesto di dargli una mano per alcuni aspetti economici del progetto.<br />
<em>Andrea</em>. Continuo a pensare che il susseguirsi degli eventi sia stato un po’ magico: sono partito per lo Sve a Parigi da laureato che non sapeva cosa avrebbe fatto nella vita e sono tornato con una prospettiva di lavoro. Raccontai del mio progetto a una ragazza polacca e lei mi parlò di un’altra italiana col medesimo sogno: mi diede il suo numero, le telefonai. Era Elena.<br />
<strong>Com’è andata per te, Elena?</strong><br />
<em>Elena</em>. Sono di Imola, ma ho studiato Scienze internazionali e diplomatiche a Forlì, da pendolare. Quando ho incontrato Andrea ero a Versailles a fare lo Sve, dopo aver già fatto 4 mesi di stage Leonardo a Parigi. Anche l’amica polacca era una volontaria europea: è stato il mondo dello Sve a riunirci tutti, a darci la motivazione. Dopo aver incontrato Andrea ci siamo ritrovati in molte idee comuni, sul fatto che l’Italia e la nostra Regione avessero bisogno di qualcosa del genere.<br />
<strong>Lucia, tu che percorso hai seguito?</strong><br />
<em>Lucia</em>. Sono una collaboratrice a progetto, arrivata in cooperativa a gennaio 2012. Conoscevo già Forlì, avevo scelto di continuare gli studi qui perché c’era un corso di laurea magistrale che mi interessava molto, con un programma di doppio diploma che permetteva di fare un anno in Italia e uno all’estero. Nei primi tirocini mi sono sempre mossa in realtà che sostenevano le cooperative non profit, ma non avevo mai lavorato concretamente in una realtà del terzo settore. Ero un po’ smarrita, ma avevo alle spalle già molte esperienze di mobilità, sin dalle superiori, così, feci domanda per un progetto, “Moving Generation”, che permette di inserire e formare neolaureati. Lo gestiva Uniser: ho fatto il colloquio con Elena e Andrea e qualcosa dev’essere scattato, perché nel giro di una settimana mi hanno invitato a cena per dirmi che, invece di farmi partire, avrebbero avuto bisogno di me nella gestione di questo progetto.<br />
<strong>Qual è il profilo delle persone che si rivolgono a Uniser per partire?</strong><br />
<em>Andrea</em>. La mobilità per l’apprendimento è un settore molto ampio, riguarda l’educazione in tutto l’arco della vita, dai ragazzi delle superiori fino agli adulti. Utilizziamo una serie di strumenti comunitari che sono stati creati per dare possibilità ai cittadini europei di muoversi: spetta a noi capire come coniugare i fondi europei e le opportunità con i bisogni reali di un territorio. Il target che va per la maggiore è la fascia 18-30 e copre diversi profili, dai ragazzi in formazione professionale fino ai laureati o alle persone che sono già sul mercato del lavoro e cercano esperienze all’estero.<br />
<strong>Quanta gente muovete?</strong><br />
<em>Andrea</em>. Annualmente, tra le 100 e le 150. Un numero modesto, ma questo dipende dal fatto che tutti i nostri progetti sono concepiti per avere sostenibilità economica, non ci interessano i grandi numeri. Con progetti più mirati riusciamo meglio a ottenere co-finanziamenti di enti privati.<br />
<strong>Organizzate eventi pubblici?</strong><br />
<em>Enrico</em>. Da ottobre 2011 proponiamo l’Aperitandem, un’attività serale informale che adesso svolgiamo nel circolo Arci Valverde, che ha lo scopo di promuovere l’apprendimento linguistico e il contatto tra i ragazzi che vengono qui e i giovani italiani. Ogni martedì proponiamo una serie di attività: la visione di un film in lingua, lo scambio linguistico -diversi tavoli in ognuno dei quali si parla una lingua diversa con persone madrelingua- e il classico scambio culinario in cui ciascun volontario prepara una ricetta tipica del proprio Paese.<br />
<strong>Come vanno questi incontri?</strong><br />
<em>Elena</em>. A dire il vero, non c’è veramente molta interazione. Magari giusto con gli habitué del locale, che sanno cosa trovano.<br />
<em>Lucia</em>. I forlivesi non tengono molto a mescolarsi. L’unica eccezione è la serata gastronomica! L’ultima volta, per una serata fatta al circolo Demodé, tutti si sono uniti ai volontari e si son messi a suonare, improvvisando una jam session&#8230;<br />
<strong>Come vi relazionate con le aziende?</strong><br />
<em>Elena</em>. Dipende dai progetti. Le aziende non ci contattano, soprattutto perché non abbiamo una grandissima visibilità. Certo, capita nel caso di imprese che sanno di noi da altre loro vicine e che hanno già accolto in passato ragazzi ospitati da noi.<br />
<strong>Forlì si è dimostrata una buona base?</strong><br />
<em>Andrea</em>. Non credo che il modo in cui ci stiamo sviluppando sarebbe stato possibile in una città più grande. Tre sono i fattori chiave: partire avendo una storia alle spalle, certo più conosciuta nei canali europei che nel livello locale; la facilità con cui si possono creare network e relazioni in una città così piccola; infine, Forlì è una delle città in Italia che più di tante altre può vantare un’immagine internazionale, grazie soprattutto a corsi di laurea come Scienze diplomatiche e la Scuola di lingue.<br />
<strong>I forlivesi partecipano agli scambi?</strong><br />
<em>Alberto</em>. Non amando la città sono più portati a spostarsi. Anche per uscire la sera, vanno a Ravenna, a Cesena&#8230; Forse è per questo che i forlivesi sono i romagnoli che si muovono di più in questo tipo di scambi.<br />
<em>Lucia</em>. Ultimamente sono giunte molte richieste dalle aziende del territorio: dopo un paio d’anni di partecipazione a Moving Generation come “recettori”, hanno cominciato a chiederci di poter inviare all’estero il proprio personale. Ci dicono: “Anche noi vorremmo poterci muovere”.<br />
<em>Andrea</em>. Moving Generation è un buon esempio di mobilità costruita sui bisogni del territorio: come prima cosa cerchiamo le aziende, non i partecipanti. Molto spesso queste poi sono aziende interessate ad assumere: nelle prime due edizioni, il 68% dei partecipanti ha ricevuto un’offerta di lavoro. Questo modo di presentare la mobilità ha molto appeal, non si tratta di “partire tanto per partire”.<br />
<strong>Quali sono i problemi di un’attività come la vostra?</strong><br />
<em>Enrico</em>. Sicuramente ragionare con imprese che non hanno contatti con l’estero o che sono risucchiate dalla propria attività quotidiana non è facile; c’è poi una difficoltà intrinseca, far capire alla gente -lo è stato anche coi nostri genitori- che dietro tutti questi progetti e attività c’è un lavoro preciso, che richiede competenze specifiche e che non può essere svolto gratuitamente. Non prendiamo fondi pubblici e spesso il valore del nostro lavoro sfugge ai nostri utenti.<br />
<strong>Siete spesso in giro per l’Europa&#8230;</strong><br />
<em>Enrico</em>. Chi si muove di più è Andrea, è lui che ci rappresenta a Bruxelles, dove siamo membri di una piattaforma di enti simili attraverso la quale presenziamo nei luoghi dove vengono prese le decisioni in materia di mobilità. Ma oltre a lui anche gli altri si spostano spesso in vari Stati europei, al fine di creare e coltivare un piccolo network di organizzazioni con le quali creiamo standard comuni di lavoro.<br />
<strong>I vostri corrispettivi esteri sono più riconosciuti, nel lavoro che fanno?</strong><br />
<em>Enrico</em>. Le criticità che ho spiegato sono grossomodo le stesse per tutti&#8230; C’è chi è più fortunato, come chi fa il nostro lavoro in un ufficio di un ente pubblico e non si deve preoccupare dello stipendio.<br />
<em>Andrea</em>. Io ho imparato questo lavoro in un ente parastatale, per cui mi è stato molto difficile accettare l’idea che i nostri servizi dovessero essere a mercato e noi dovessimo funzionare come un’impresa. Quello su cui lavoriamo, la mobilità, è un vero e proprio bene meritorio. Oggi è un’opportunità, ma è pensata per diventare un vero e proprio diritto dei cittadini europei: un domani potrebbero essere migliaia le persone che hanno la possibilità di muoversi. Se riuscissimo a contribuire a questo obiettivo, ce lo saremmo guadagnati sul mercato con i nostri mezzi e non col via libera di qualche decisore. Chi lavora per l’ente pubblico non ha il problema dello stipendio, però non può decidere in autonomia quello che deve fare. Qui abbiamo cominciato dove il terreno è più fertile, nella formazione professionale, creando sistemi di coordinamento che consentono di portare la mobilità dentro le scuole e permettere a ragazzini di sedici anni di mettere nel proprio percorso di studi almeno tre settimane all’estero. Ad oggi il tutto è complicato da una grandissima dispersione di fondi ed energie. Nella nostra Regione ci sono venti scuole che partecipano a un programma, il che significa venti progetti, venti figure amministrative per gestire i fondi, venti professori per formare gli studenti, venti persone che devono avere contatti con altrettanti partner all’estero&#8230; Basterebbe un coordinamento centrale che gestisse tutto e si riuscirebbe a coinvolgere dieci scuole in più con le stesse risorse. Nella fase in cui ci troviamo è tempo di raccogliere risultati, mentre invece questo sistema disperde e spreca risorse pubbliche&#8230;<br />
<em>(a cura di Stefania Cavalletto, </em><br />
<em>Alice Dalla Vecchia e Stefano Ignone)</em></p>
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		<title>L&#8217;ex distretto militare e convento di Santa Maria della Ripa</title>
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		<pubDate>Fri, 31 May 2013 13:01:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>questacitta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Numero 12 - gennaio-febbraio 2013]]></category>
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		<description><![CDATA[Da convento a caserma con Napoleone fino al fascismo, infine distretto militare; ancora più indietro, una villa romana&#8230; Un’enorme struttura che nella storia ha accolto diverse comunità nel racconto di un sottufficiale in pensione Marcello Scarpellini, sottufficiale dell’esercito in pensione, ci ha guidato in un tour dell’ex convento di Santa Maria della Ripa. Quando è entrato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Da convento a caserma con Napoleone fino al fascismo, infine distretto militare; ancora più indietro, una villa romana&#8230; Un’enorme struttura che nella storia ha accolto diverse comunità nel racconto di un sottufficiale in pensione</strong></p>
<p><em>Marcello Scarpellini, sottufficiale dell’esercito in pensione, ci ha guidato in un tour dell’ex convento di Santa Maria della Ripa.</em></p>
<p><a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/fotoPintus5.png"><img class="aligncenter size-large wp-image-1103" title="fotoPintus5" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/fotoPintus5-1024x678.png" alt="" width="1024" height="678" /></a><br />
<strong>Quando è entrato qui?</strong><br />
Sono entrato in questa struttura il 15 maggio 1966 e ancora non sono andato via, tuttora ne ho le chiavi che mi sono state date dall’agenzia del demanio di Bologna. Sono oltre quarant’anni che sto qui dentro, addirittura per vent’anni circa ne ho curato la manutenzione.<br />
<strong>Dopo la pensione è diventato custode qui alla Ripa?</strong><br />
No, non ho le funzioni di custode, nel modo più assoluto. Avevo la concessione di un alloggio di servizio qui all’interno e pagavo al ministero della difesa un affitto; passata la struttura al demanio, ho continuato a pagare una concessione al demanio, non si chiama più affitto. L’alloggio che attualmente occupo, ha l’ingresso esterno, indipendente.<br />
<strong>Viene a visitare spesso l’ex distretto?</strong><br />
Sì, mediamente vengo una volta la settimana a farmi un giro all’interno.<br />
<strong>Qual è la storia di questo luogo?</strong><br />
La struttura ha due storie, la prima è quella conventuale, la seconda è quella militare. La prima storia parte dal 1479, quando Pino III Ordelaffi signore di Forlì decide di donare dieci tornature di terra -grossomodo 4 tornature un ettaro- in questo luogo, più una congrua cifra in denaro, a favore di un convento francescano femminile. Nel 1497 viene consacrata la Chiesa, poi nei secoli il convento ha subito continue trasformazioni. è stata una realtà notevole nel 6-700, il convento era stato trasformato anche in scuola-convitto, dove le figlie delle famiglie nobili o benestanti della zona venivano mandate a studiare.Nel 1797 è arrivato Napoleone, si è appropriato della struttura e di una parte dei beni -l’altra se la sono presa come tassa i giacobini forlivesi, gli amministratori napoleonici- e ha mandato via le suore&#8230; praticamente è finita la storia conventuale.<br />
Nemmeno dopo la restaurazione dello Stato pontificio le suore hanno più rimesso piede qui, era diventato un bene demaniale utilizzato come caserma e come prigione.<br />
Poi dall’unità d’Italia è diventata permanentemente caserma e a cavallo della prima guerra mondiale è stata sede di un reggimento, “i gialli del calvario”, l’undicesimo fanteria, prevalentemente di reclutamento di zona. Durante l’ultima fase della seconda guerra mondiale qui dentro si erano insediati un tribunale militare della Repubblica sociale (Rsi), un piccolo nucleo di militari italiani e un comando di SS tedesche.<br />
In quell’occasione furono trucidati dei renitenti alla leva della Rsi, furono fucilati in cinque il 24 marzo del ’44, nel cortile posteriore. A quella fucilazione furono presenti centocinquanta civili forlivesi rastrellati.<br />
Ho conosciuto un signore che è stato testimone, all’epoca aveva 15 anni, anche lui rastrellato, della fucilazione: ne racconta i dettagli in maniera quasi raccapricciante. Il plotone di esecuzione era italiano e l’ufficiale che lo comandava era un tenentino richiamato, giovane giovane, che non voleva farlo. Due dei fucilati erano fratelli, uno di 22 e uno di 20 anni, i Degli Esposti; alla prima salva sono caduti tutti, però due erano evidentemente ancora vivi e coscienti, uno chiamava la mamma, l’altro il fratello&#8230; A quel punto il presidente del tribunale ordina al tenente di andare a sparare il colpo di grazia ai cinque fucilati, il tenente si mette a piangere e si rifiuta. L’alto ufficiale che comandava il tribunale militare gli strappa la pistola di mano, lo prende a schiaffi, gli intima gli arresti e va lui stesso a sparare i cinque colpi di grazia. Qui fuori c’è una targa che ricorda tutto quanto.<br />
I condannati erano 17, il giorno dopo si doveva procedere alla fucilazione degli altri e la mattina successiva avvenne una cosa molto importante per la resistenza forlivese. Le donne che lavoravano negli opifici che producevano per le esigenze militari -la Bondi, la Bonavita, la Mangelli- parlo di donne perché gli uomini erano tutti o alle armi o alla macchia, decisero di scioperare e venire qui in via della ripa sotto le finestre del tribunale a protestare. Qualcuno dice 300 donne, qualcuno 600, comunque una moltitudine, ricordiamoci che in periodo di guerra astenersi dal lavoro in un opificio militare significava mettersi davanti a un plotone di esecuzione. Rischiarono, protestarono in maniera eclatante, fecero una cagnara notevole come solo le donne sanno fare, allora il presidente del tribunale italiano, un po’ per evitare clamorose azioni successive, un po’ per fare il Ponzio Pilato della situazione, decise di dare gli altri condannati ai tedeschi perché fossero mandati ai lavori coatti in Germania, non procedendo a ulteriori fucilazioni.<br />
<strong>Durante la Liberazione ci fu una battaglia?</strong><br />
No, quando arrivarono gli angloamericani fascisti e tedeschi se ne erano già andati.</p>
<p><a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/fotoPintus2.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1102" title="fotoPintus2" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/fotoPintus2.png" alt="" width="566" height="859" /></a><br />
<strong>All’arena forlivese si accampò l’esercito britannico&#8230;</strong><br />
Anche qui si acquartierarono militari, in buona parte polacchi. Dopo la guerra la struttura si è rivitalizzata, si è ricostituito il distretto militare, che comprendeva Ravenna e Rimini, e che ha continuato a lavorare fino al 30 marzo del ’96 quando è stato definitivamente chiuso perché hanno deciso di fare i distretti regionali e così adesso c’è solo a Bologna.<br />
<strong>Con il corpo militare stanziato in una struttura di interesse culturale artistico, c’era una parte di tutela del bene?</strong><br />
Si è spiegato meglio di me e l’aveva capito, il ragionier Giuliano Missirini che ha scritto sulla struttura e ha lavorato nel distretto militare per tanti anni. Lui ha affermato che siccome i militari non hanno mai avuto a disposizione tanti soldi, non hanno fatto tanti danni proprio per questo. C’era un vecchio detto, che diceva: “Vernice e pennello, onor di colonnello”, perché quando veniva in visita qualche comandante dei livelli superiori, dai dai, imbianca, pulisci e striscia, e si arrivava a questi obbrobri, tanti strati di pittura tale che sembrano quasi intonaci e adesso, chiaramente, non hanno tenuto e crollano. Comunque i militari per razionalizzare a modo loro gli spazi hanno tagliato in due la chiesa in senso orizzontale, per fare due spazi utilizzabili uno sotto e uno sopra. Nei primi anni 80, io ero addetto alla supervisione dei lavori e alla manutenzione della struttura e con altri militari ho scoperto un frammento 40&#215;60 cm di mosaico pavimentale d’epoca romana, secondo o terzo secolo dopo Cristo, dove poggiano le fondamenta dell’ala nord del chiostro, 4 metri circa sotto i nostri piedi. L’abbiamo fatto recuperare dalla sovrintendenza che l’ha fatto rimontare su un pannello e poi lo ha restituito alla caserma perché la sovrintendente dell’epoca diceva: “Invece di buttarlo in una cantina della pinacoteca di Forlì lo diamo in carico amministrativo ai militari, in maniera che sicuramente non vada disperso”; così è stato consegnato al comandante della struttura proprio perché restasse qui, nell’ufficio del comandante; veniva passato in consegna di comandante in comandante.<br />
Quando questa caserma ha chiuso definitivamente, questo reperto è passato al comando del reggimento più vicino, in viale Roma, nell’ufficio del comandante. Questo frammento di mosaico è raffinatissimo, ma per mancanza di fondi, non sono state approfondite le ricerche. Come qui, per esempio, nel periodo del convento, questa parete era completamente affrescata, se ne vedono ancora tracce ben evidenti, addirittura di una figura. Anche queste tracce di affresco le ho scoperte io, le ho fatte segnalare io alla sovrintendenza, perché di sensibilità da parte dei militari ce n’era poca, eh&#8230;<br />
Adesso mi piange il cuore vedere che questa struttura sta crollando in buona parte, come là, vede? C’è un cedimento del tetto, vede quell’avvallamento? Lì sta per crollare tutto, c’è già un’infiltrazione d’acqua notevole… E non ci sono i fondi&#8230; Non li ha nessuno, né la sovrintendenza, né il demanio&#8230;<br />
<strong>Qui lei è stato chiamato con la leva?</strong><br />
No, sono partito volontario nel ’62 a vent’anni, come allievo sottufficiale specializzato, allora per la leva si partiva a vent’anni, dopo essere diventati maggiorenni. Ho fatto quattro anni a Roma, poi sono entrato qui a Forlì e quando il 30 marzo ’96 si è chiuso il distretto militare, sono passato in forze al 66mo reggimento di Forlì, fino al ’99, quando sono andato in pensione per anzianità. Nel ’98, ultimo anno di servizio, mi sono fatto quasi sei mesi a Sarajevo col reggimento, partì tutta la brigata Friuli, per Sarajevo&#8230; Beh, Sarajevo è stata faticosa, dura, non eccessivamente pericolosa; ho fatto circa duemila foto della zona di Sarajevo e diversi filmati, anche perché io come specializzazione sono cine-foto operatore.<br />
<strong>A un anno dalla pensione, la sua prima esperienza sul campo&#8230;</strong><br />
Erano anche i primi anni che uscivano i reparti italiani, nel 1982 c’è stato il Libano, la famosa linea verde da presidiare, però io non partecipai. C’erano stati già interventi vari ma praticamente con contingenti ristretti… ora ogni anno c’è una missione all’estero da parte del reggimento, che nel frattempo è diventato qualcosa di molto efficiente, tutto su base volontaria, gente ben preparata, esperta di missioni all’estero: due in Afghanistan, Bosnia, Kosovo e Libano, l’operazione Leonte, la seconda.</p>
<p><a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/fotoPintus3.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1101" title="fotoPintus3" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/fotoPintus3.png" alt="" width="488" height="734" /></a><br />
<strong>Quando è entrato qual era il numero delle forze qui stazionato?</strong><br />
Nel periodo in cui c’era il deposito misto, al massimo 220, 230 unità militari, quasi tutti specialisti nella manutenzione di strutture e attrezzature che dovevano servire per mobilitazioni. Oltre al distretto militare infatti, essendo grande la struttura c’era un altro reparto qui dentro, si chiamava undicesimo deposito misto, era un deposito di armi, materiali e munizioni, vestiario, per armare in caso di mobilitazione tremila uomini. Se capitava l’emergenza, era periodo di guerra fredda, tremila persone venivano chiamate qui all’interno e in 48 ore venivano visitate, vestite, armate, e partivano già in reparti organici inquadrati per le loro destinazioni, comprese le armi di reparto e le armi individuali.<br />
Era un deposito importante, anche perché oltre alla base in questa struttura, aveva come succursale la “cavallerizza”, l’attuale museo san Domenico, che era una delle caserme deposito dell’11° misto. Quando è venuta a terminare l’esigenza di presunta mobilitazione di questi, si è deciso che non era più necessario mantenere depositi del genere, sono stati in gran parte chiusi, compreso questo, a fine anni 70. è stato, tutto questo materiale, caricato in due treni e qualcuno dice che questi due treni di armi e materiali perfettamente efficienti siano finiti prima al porto di Brindisi poi a Tripoli da Gheddafi. Si dice. Non so esattamente a chi siano stati venduti, potrebbero essere finiti in Libano, Israele, Somalia&#8230;<br />
<strong>Lei riesce a fare piccoli interventi nella struttura o è costretto ad assistere?</strong><br />
Sono costretto ad assistere al degrado, al limite se vedo che c’è un crollo imminente telefono a Bologna e dico: “Attenzione, qua sta crollando tutto”. Il degrado sta avanzando in maniera esponenziale. Guardi quel soffitto lì: al piano di sopra è crollato il tetto, una conversa ha ceduto, piove al piano di sopra, figuriamoci al piano di sotto che succede.<br />
<strong>Ha un’idea della tipologia di interventi più importanti da fare?</strong><br />
So per certo che c’è un progetto del Fai (Fondo ambiente italiano), già pronto da due anni, che prevede un recupero e una riqualificazione dell’intera struttura. La parte verde, quella “degli orti”, che è circa 18 mila metri quadrati, dovrebbe trasformarsi in giardino pubblico secondo i progetti del Fai e anche secondo le idee del sindaco di Forlì attuale che sta trattando la cessione della struttura dal demanio di Bologna al comune. Ma il demanio la cede al Comune solo in presenza di un progetto definitivo di recupero e riqualificazione.<br />
I primi interventi sono da fare sull’eternit dei cinque capannoni (oltre 1.500 metri cubi di eternit da bonificare), poi sui tetti assolutamente e un intervento sul verde, poi di conseguenza si va a vedere quello che c’è da fare a seconda dei progetti.</p>
<p><a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/fotoPintus4.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1100" title="fotoPintus4" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/fotoPintus4.png" alt="" width="485" height="735" /></a><br />
<strong>Si è fatto un’idea della nuova destinazione che potrebbe avere la struttura?</strong><br />
Oltre al giardino pubblico, probabilmente il Comune e il Sindaco ce l’hanno un’idea, però è chiaro che la devono presentare sotto forma di progetto al demanio e finché non ce l’hanno chiara&#8230; La struttura è notevole per grandezza, architettura, poi inserita in un quartiere che non ha praticamente niente se non piccole abitazioni civili. Quando è stata chiusa io avevo dato un mio suggerimento, che poi non è stato ascoltato&#8230; Avevo suggerito di trasformare questa struttura, visto che ha sempre ospitato una comunità, prima monastica, poi militare, quindi con pochissimi interventi, in uno studentato. Gli studenti universitari avrebbero potuto trovare qui 250-400 posti letto.<br />
<strong>Qualche suo ex commilitone ha mai voluto rivedere la struttura?</strong><br />
Sì, tutti gli anni quando la riapriamo tramite il Fai sono in molti che vengono a vedere che sono stati qui dentro in servizio militare: siciliani, sardi, pugliesi, calabresi&#8230;<br />
<strong>Quella è la campana del pranzo?</strong><br />
è un allarme antincendio manuale. Era appeso a un gancio e c’era lì vicino un battitutto. Mentre invece qui c’era una campana, anche quella utilizzata come antincendio. Incendio che è avvenuto, una volta, qui all’interno, abbastanza importante, ho rischiato le penne anch’io&#8230; penso fosse il ’77-’78, all’interno di quei locali lì, dove le armi individuali erano ammassate. Le armi erano costantemente sempre avvolte in un velo di grasso in maniera che fossero perfettamente efficienti e preservate dalla ruggine&#8230; Però una volta che era prevista la visita ispettiva di un generale, si decise di pulire i pavimenti del locale manutenzione usando a sproposito anche del solvente mischiato a segatura: nel muovere uno dei grossi tavoli da lavoro che c’erano, si è creata una scintilla, i vapori di solvente hanno incendiato tutto. Io aspettavo che mi passassero gli estintori da fuori, uno a uno li svuotavo tenendo ferme le fiamme in attesa che arrivassero i vigili del fuoco.<br />
Nessuno mi ha detto che sulla mia destra dietro un’anta di una porta c’erano duecento litri di solvente, col rischio di saltare in aria. L’abbiamo scoperto dopo.</p>
<p><a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/fotoPintus1.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1099" title="fotoPintus1" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/fotoPintus1.png" alt="" width="963" height="635" /></a><br />
<strong>Adesso ha un po’ questo secondo mestiere di accompagnatore turistico&#8230;</strong><br />
Faccio da cicerone solo nelle giornate di apertura del Fai, una volta l’anno.<br />
<strong>Ha adottato una specie di stile, nell’esposizione, una cosa che corona le passioni della sua vita?</strong><br />
Sì, ma non sono solo queste, sono volontario impegnato in altri tre campi: volontario consigliere dell’unione nazionale sottufficiali, a Forlì; coi miei colleghi in pensione abbiamo organizzato un nucleo di assistenza volontaria per le famiglie del reggimento quando va all’estero.<br />
Non è organizzato all’americana, l’esercito italiano, non ha la cittadella militare, con gli alloggi, le farmacie e il teatro, qui sono sparsi sul territorio, quindi gli uomini lontano da casa in zona di operazioni, le donne qui coi bambini.<br />
<strong>Quindi anche dei caduti di Forlì?</strong><br />
Sì, gli ultimi caduti sono una cosa anomala, ufficialmente sono caduti in incidente stradale, ma loro erano in missione e stavano andando a soccorrere un altro mezzo in difficoltà, quindi non erano a spasso, hanno attraversato il fiume in pieno inverno perché era l’unico guado per soccorrere gli altri. Dopo s’attiva da parte degli organismi militari, una catena di assistenza che si muove ben definita, quella che facciamo noi è diversa. Capita la moglie del collega che è in Afghanistan, sola in casa con due bambini e alle otto e mezza della domenica, pieno inverno, si ferma il riscaldamento. Sono partito con la cassetta e ho rimesso in funzione il riscaldamento.<br />
Altro caso: la moglie del collega in missione in Libano mi telefona e dice: “Ho la febbre a 39, il medico mi ha ordinato di non uscire, ma io dovrei portare i certificati all’Inps e all’azienda dove lavoro”; sono andato a casa sua, l’ho aiutata a compilare i certificati&#8230; questo è uno dei supporti.<br />
Ho anche altre attività di volontariato: per la Provincia faccio da coadiutore nella gestione della selvaggina e dell’ambiente, qui nelle prime colline di Forlì e sono consigliere della associazione degli ex dipendenti del Sessantaseiesimo. In più faccio parte di una squadra di cinghialai di Premilcuore.</p>
<p><a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/fotoPintus6.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1098" title="fotoPintus6" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/fotoPintus6.png" alt="" width="619" height="938" /></a><br />
<strong>Ora ci troviamo all’interno del chiostro, ci sono dei graffiti…</strong><br />
Secondo scaglione del ‘94, è finita&#8230; Andrea Pazzini. Meno 24 ore. Azione&#8230; o imboscaggio in centralino?&#8230; terzo scaglione ‘93 Rimini, è finita, 24 ore&#8230; Su quel muro sotto all’androne ci sono delle cose che risalgono agli anni 20&#8230; Sulle pareti destra e sinistra e anche sul retro del portone trovi dei graffiti che risalgono all’ultima guerra mondiale. È il famoso muro di graffiti: Caucci mario. W il generale&#8230; abbasso il generale Favi, e poi qualcuno ha cambiato in W, Viva!&#8230; Calascibetta, distretto militare di Palermo, classe terza 29; W il duce; Sulas Sardegna ‘83&#8230; Milva&#8230; fidanzata. 7-1990&#8230; Su queste colonne dipinto in nero c’erano i motti del fascismo, qua si intuisce ancora “obbedire”.<br />
Nell’ultima guerra i signori della Rsi avevano dipinto di nero catrame anche le colonne del chiostro fino a 2 metri di altezza, tutto verniciato di nero. Un culto della morte!<br />
Quanto gretta e meschina è la gente quando si immedesima in una falsa ideologia&#8230;<br />
<em></em></p>
<p><em>(a cura di Stefano Ignone. </em><br />
<em>Servizio fotografico di Francesca Pintus)</em></p>
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		<title>L&#8217;Ex Eridania</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 09:15:38 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Numero 13 - marzo 2013]]></category>
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		<description><![CDATA[Storia dello zuccherificio di Forlì, nelle parole di un dipendente in pensione. Completato nel 1900, fu per decenni il primo approccio al lavoro di intere generazioni di forlivesi; la rivalità con Maraldi, poi le quote europee che&#8230; Piero Casadei, forlivese, ha lavorato tutta la vita nell’industria saccarifera, settore in cui è entrato da stagionale presso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Storia dello zuccherificio di Forlì, nelle parole di un dipendente in pensione. Completato nel 1900, fu per decenni il primo approccio al lavoro di intere generazioni di forlivesi;</strong><br />
<strong>la rivalità con Maraldi, poi le quote europee che&#8230;</strong></p>
<p><em>Piero Casadei, forlivese, ha lavorato tutta la vita nell’industria saccarifera, settore in cui è entrato da stagionale presso l’Eridania di Forlì.</em></p>
<p><a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/FotoLolletti.png"><img class="aligncenter size-large wp-image-1093" title="FotoLolletti" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/FotoLolletti-1024x576.png" alt="" width="1024" height="576" /></a><br />
<strong>L’Eridania è una fabbrica che conosce bene. Come entrò a lavorarci?</strong><br />
La conosco sin da giovane. Cominciai da ragazzino a lavorare lì nel ’57, come avventizio nelle campagne saccarifere estive: già allora si guadagnava bene, io però smettevo in settembre perché dovevo tornare a scuola. Chi faceva la campagna intera stava bene tutto l’anno, il lavoro proseguiva anche dopo la sua fine, nella fase delle pulizie che poteva durare altri due, tre mesi. La paga era ottima: tutti coloro che lavoravano negli stabilimenti saccariferi erano ai primi posti per remunerazione in Italia. Negli anni, poi, sono stati declassati, fino ad arrivare sino al ventottesimo posto.<br />
<strong>Che tipo di mansioni svolgeva uno stagionale?</strong><br />
Un po’ di tutto: all’epoca la manutenzione non si eseguiva con ditte esterne, si cercava piuttosto di prendere la professionalità dove si poteva, quindi anche negli stagionali della campagna dello zucchero. Una volta individuate le eventuali competenze, si faceva fare qualsiasi cosa: meccanico, elettricista, muratore, falegname&#8230; All’interno c’erano già figure del genere, ma una mano in più dagli avventizi non guastava.<br />
<strong>Erano tutti giovani?</strong><br />
Molti sì, c’erano però anche persone più anziane, gente con esperienza che aveva già lavorato in altri zuccherifici e sapeva fare anche un po’ di manutenzione.<br />
La prima volta che sono entrato avevo diciassette anni, che era poi l’età limite. Si poteva iniziare anche a sedici, però con stipendio ridotto e senza poter svolgere lavori pericolosi. A diciassette anni ti mettevano già non dico proprio sui macchinari ma, che ne so, a fare le analisi chimiche, a ispezionare i quadranti, i termometri oppure i diversi diagrammi per prendere i vari dati e poi comporli in ufficio. Man mano che passava il tempo ti inserivano nel ciclo di produzione vero e proprio, ti sentivi responsabile.<br />
<strong>Avendo tanti altri coetanei l’ambiente di lavoro era piacevole per un ragazzo?</strong><br />
Certo c’era anche molta invidia, molta competizione. L’avventizio sapeva che poteva giocarsi un posto di lavoro futuro, quindi doveva farsi vedere… Ricordo che scoppiavano anche dei tafferugli, in particolare a causa dell’unica presenza femminile di allora, le donne delle pulizie, alcune delle quali erano giovani&#8230;.<br />
<strong>Intere classi passavano l’estate lì&#8230;</strong><br />
Sì, certo bisognava avere un po’ di spinta, la prima volta, non prendevano tutti. Per fare la stagione mi aiutò mio padre, funzionario dell’ex mutua di Forlì, che aveva un contatto diretto col ragioniere dell’Eridania.<br />
<strong> L’Eridania quindi era la naturale destinazione per un ragazzo che cercava un impiego stagionale con la prospettiva del posto fisso. Altre realtà erano meno appetibili? Penso alla Mangelli, molto grande&#8230;</strong><br />
Si, anche lì assumevano, mio fratello ci andò ma aveva un carattere chimico che molti non gradivano. Poi c’erano la Bartoletti, la Becchi, diversi mulini e diverse fornaci&#8230; Insomma, la gente, i giovani che cercavano lavoro, lo trovavano. Tutto è un po’ cambiato con l’evoluzione di alcuni settori e con l’ingresso del trasporto su gomma. L’Eridania comunque era una grandissima famiglia, con più di trenta stabilimenti, e consideri che quello di Forlì era uno dei più piccoli&#8230;<br />
<strong>Fa impressione pensarlo, viste le dimensioni&#8230;</strong><br />
Sa, gli stabilimenti saccariferi hanno bisogno di molto spazio, perché sono divisi in tre tronconi: la casa-bietole dove le barbabietole vengono scaricate per poi essere portate al taglio e alla pressatura, procedimento col quale si ricava il sugo. Poi ci sono il reparto cottura e il reparto confezionamento zucchero.<br />
L’impianto di Forlì, per esempio, non aveva un silo zuccheri, ma solo dei magazzini che venivano riempiti con sacchi di juta, inizialmente da cento poi da cinquanta chili l’uno, impilati in strati sino ad arrivare a circa ventitré, ventiquattro piani. Ciò comportava un movimento di gente non indifferente: a Forlì i fissi saranno stati tra le novanta e le centodieci unità, ma in tutto nello stabilimento lavoravano quasi quattrocento, quattrocentocinquanta persone. I tre quarti della manodopera erano avventizi.</p>
<p><a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/FotoPintus.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1090" title="FotoPintus" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/FotoPintus.png" alt="" width="620" height="936" /></a><br />
<strong>Oltre alle dimensioni, lo stabilimento di Forlì aveva altri problemi?</strong><br />
A Forlì la fabbrica era praticamente in mezzo alla città. In più era antiquata già negli anni 60, essendo stata edificata nel 1899&#8230; L’ultimo ammodernamento dei macchinari fu fatto nel ’64, prima ce n’erano di “tradizionali”, che avevano bisogno di grande manodopera per le manutenzioni; man mano che la tecnologia veniva avanti a passi da gigante sono diminuite anche le persone necessarie. Un po’ di automazione, un po’ di primi inizi di elettronica. Prima, doveva vedere le file che c’erano all’ingresso dell’Eridania, sino al ’63&#8230; Carretti pieni di bietole ancora trainati dai buoi, caricati a mano col forcone dai contadini. Arrivavano da via Gorizia, da Villafranca: una fila così lunga che non finiva mai&#8230; Pensi, all’epoca Forlì lavorava circa 40.000 quintali di bietole al giorno.<br />
<strong>Era una produzione grande?</strong><br />
Per l’epoca era una buona produzione, ma altri stabilimenti facevano già più del nostro. L’Eridania di Forlì era praticamente una raffineria pura con alti consumi, quindi per risparmiare combustibile e personale si andò negli anni 70 verso la chiusura. Negli stessi anni, la Sfir di Forlimpopoli -dove io diventai poi direttore tecnico degli impianti- poteva lavorare 150.000 quintali di bietole al giorno, quattro volte tanto. D’altronde era stata costruita nel ’61, quindi sessant’anni dopo l’Eridania. Erano gli anni in cui Maraldi (Sfir) ed Eridania si davano battaglia in tutt’Italia: dove costruiva la fabbrica uno, arrivava l’altro. Per esempio, a San Pietro in Casale le due fabbriche erano l’una di fronte all’altra. Una sfida continua, un controllarsi a vicenda.<br />
<strong>Come si svolse il suo passaggio da stagionale a fisso?</strong><br />
Se per fare lo stagionale era intervenuto mio padre, per essere assunto fui spinto da mio nonno Attilio, che riavvolgeva motori elettrici. La domanda di assunzione andava fatta alla sede centrale a Genova; io la inoltrai ma siccome il nonno tutti gli anni passava proprio da Genova a fare dei lavori in diverse aziende, andò personalmente a sostenere la mia causa. Ce la fece&#8230;<br />
<strong>Alla sua assunzione restò a Forlì?</strong><br />
No, a Bando. C’era una particolarità, in Eridania: la gente non restava fissa nello stesso posto a lungo. Dai maestri d’opera -i “numeri uno” tra gli operai- agli impiegati, tutti stavano diversi anni in un posto e poi venivano spostati in un’altra fabbrica secondo necessità, magari con la motivazione di ricostruirla o rimodernarla. In qualità di tecnico, ad esempio, sono passato attraverso diverse fabbriche Eridania. C’era proprio un continuo movimento, un ciclo che girava come un orologio e che scandiva un cambio ogni tre, quattro anni. In effetti, il mio primissimo incarico da neo-assunto in Eridania fu in Somalia nel 1963, appena finiti gli studi, presso la Snai Somala.<br />
<strong>Come mai andò in Somalia?</strong><br />
Il mio curriculum da avventizio era arrivato alla Snai, “Società nazionale agricola e industriale”, dove anche l’Eridania aveva delle partecipazioni. Partimmo in due, qui della zona: io, perito termotecnico e Fusco, di Forlimpopoli, perito chimico.<br />
Ricordo che vennero nel mio istituto Iti a cercare: io non ero tra i primi ma me la cavavo, avevo comunque la media del sette; chiesero chi fosse stato disposto a partire e io mi proposi subito. Mi appassionava l’idea di viaggiare, non ero capace di star fermo. Mio padre mi diceva: “Vai, poi fermati un po’, fermati un po’&#8230;”. Dopo nel ’66 fui assunto a Bando, vicino Ferrara, dove sono rimasto fino al ’68. Nel ’69 m’hanno mandato a Foggia, dove dovevano rimodernare.<br />
<strong>Cosa voleva dire negli anni 60 essere mandati a Foggia?</strong><br />
Non fu facile. Intanto, avevo deciso di sposarmi, ma dovetti rimandare. Avevo detto alla mia futura sposa di venire giù con me: lei ci aveva provato, ma non le era piaciuto molto, per di più eravamo in campagna, a Rignano Garganico, tra Foggia e San Severo, località molto isolata. A me il lavoro piaceva, così mi dissi: “Va bene, un paio d’anni ci posso restare e rimandare le nozze”. Nel ’70, però, non ci fu niente da fare: mi volevano ancora lì. Cominciai così a cercare un altro lavoro e presto lo trovai a Firenze in una ditta che mi voleva subito. Così andai dal mio direttore -Zagnoli, si chiamava- che però mi disse: “Aspetta, aspetta&#8230;”. Si diede da fare e in un paio di giorni mi convocò di nuovo: “Piero, ti rimandiamo a Forlì, stanno costruendo lo stabilimento nuovo”.<br />
<strong>In un terreno adiacente?</strong><br />
No, a San Zaccaria. L’Eridania voleva contrastare l’espansione di Maraldi, continuare la “battaglia”. Poi però i lavori si fermarono e i due rivali si divisero le zone.<br />
<strong>Ci può descrivere la vita di fabbrica?</strong><br />
Come carichi di lavoro, i reparti erano tutti bilanciati. Sicuramente nel reparto dello scarico meccanico e delle tagliatrici, che doveva alimentare la fabbrica, c’era bisogno di più manodopera.<br />
Un altro reparto abbastanza grosso era quello pompisti; il reparto diffusione, invece, non era molto grande. Il programma di lavoro veniva applicato con tempi e metodi monitorati di continuo: c’era una squadra della Società che veniva a controllare il tempo che ci si metteva a manutenzionare ogni singolo pezzo, che fosse una valvola, una pompa o altro. Si definiva se il tempo era troppo lungo, se ci voleva più gente o più ore di lavoro.<br />
Una produzione molto razionalizzata, rispetto anche agli standard delle altre fabbriche&#8230;<br />
All’Eridania era così, mentre alla Sfir no, se non negli ultimi tempi: ricordo che si tentò anche lì di fare qualcosa in questo senso, però troppo tardi.<br />
<strong>Come si svolge il processo di lavorazione della bietola?</strong><br />
è una lavorazione in cui non si butta via niente. La terra che rimane attaccata alla bietola, dopo una vagliatura di pulizia ritorna ai campi; la polpa che se ne estrae viene essiccata e usata come mangime, come pure una piccola parte della polpa. I fanghi di defecazione, il processo depurativo del sugo, essendo carbonato puro, viene anche riciclato per la miscela del cemento. Il melasso, lo scarto della centrifugazione dello zucchero inizialmente povero, viene utilizzato per la distillazione e fornisce alcol, viene usato per prodotti cosmetici e per la distillazione miscelato alla benzina. Su questo, il Brasile è stato pioniere. Il vapore che serve per creare l’energia elettrica viene riutilzzato, dopo essere passato ai turbo-alternatori per far bollire il sugo della barbabietola e concentrarlo; il vapore rimanente viene abbattuto, si trasforma in condensa che viene riutilizzata per integrare i vari cicli del processo. Lo zucchero che abbiamo sulla tavola è il prodotto finale puro. Quindi non si butta niente, si ricicla tutto.</p>
<p><a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/FotoPintus2.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1091" title="FotoPintus2" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/FotoPintus2.png" alt="" width="619" height="940" /></a><br />
<strong>Lo stabilimento di Forlì era sindacalizzato?</strong><br />
Sì, anche se prima degli anni 50 lo era poco, quando ancora il direttore di fabbrica arrivava nello stabilimento in calesse, vestito tutto di bianco e non andava mai a fare il giro di persona, non si “sporcava le mani”: chiamava nel suo ufficio i capifabbrica o gli assistenti e chiedeva come andavano le cose, guardava tabulati, esami, analisi&#8230; Pian piano, verso il ’55 le cose sono cambiate, sono cominciate le proteste.<br />
<strong> La Mangelli era celebre per le proteste e i picchetti davanti alla fabbrica. Ci hanno detto che si percepiva poco sostegno, in città, verso gli operai&#8230;</strong><br />
Guardi, io sono un forlivese nato a Forlì e sicuramente morirò a Forlì e devo dire che questa è sempre stata una città “provincialissima”. Quando uno è a posto con se stesso non gliene frega più niente degli altri. È vero, me lo diceva anche mio fratello che lavorava proprio alla Mangelli: sì, tante manifestazioni negli anni 50, ma il vero supporto della città c’è stato solo quando la Mangelli ha chiuso facendo saltare 3.500 posti. È lì che la città si è resa conto che c’era la Mangelli, prima ognuno pensava agli affari suoi. Con noi dello zuccherificio poi c’era una grossa diatriba, legata al fatto che gli operai saccariferi erano ai primi posti in Italia per le paghe e molti altri non li potevano vedere.<br />
<strong>C’era invidia nei vostri confronti&#8230;</strong><br />
Sì, dicevano: “Quelli lì lavorano quattro mesi all’anno e guarda quanto prendono”. Certo, però allora era parte del lavoro essere chiamati a intervenire manualmente sui macchinari, saperci fare. Questo forse la gente non lo capiva, la maggioranza ci considerava dei privilegiati.<br />
Quando si cominciò a parlare della chiusura dell’Eridania, nei primi anni 70, nessuno si disperava; coi mezzi di trasporto che c’erano anche i coltivatori pensavano: “Tanto ormai andare a Forlì o a Russi, a Classe o a Mezzano, non cambia molto&#8230; Mi accomoderò diversamente con lo stabilimento per quei dieci, quindici chilometri in più”. La chiusura non è stata molto sentita: si è sentito molto di più che non c’era più cattivo odore, ma se quello dell’Eridania era un odore dolce, i fumi della Mangelli erano tumorali.<br />
<strong>Ci hanno detto di questa puzza della Mangelli, come di uovo marcio, in tutta la città&#8230; Anche l’Eridania emanava cattivo odore?</strong><br />
Sì, era la polpa a fare cattivo odore, in più sgocciolava continuamente per le strade, tanto che quasi non si riusciva a girare. I grandi dicevano: “Incominciano a portar via la polpa! Bisogna star attenti, si scivola, si cade!”. Carri e camion sostavano un po’ nei piazzali dello zuccherificio per far scolare via quest’acqua, ma per farla scolare tutta ci sarebbero voluti dei giorni. Alla fine, nel trasporto, la polpa traboccava dai cassoni fino a filtrare nella strada, rendendola scivolosa.<br />
<strong>Era uno stabilimento pericoloso? Penso sia alla pericolosità a lungo termine, sulla salute, sia al numero di incidenti.</strong><br />
C’erano entrambi i rischi. Sul lungo termine, tutti i saccariferi soffrono di reumatismi e, anche se non è mai passata come malattia professionale, c’è un’incidenza notevole. Si lavorava col caldo, con molta umidità, in mezzo a tutte quelle casse che bollivano, i tubi di sfiato&#8230; L’ideale, per i reumatismi. La temperatura interna di una fabbrica in piena produzione poteva arrivare anche a 48, 50 gradi, potevi rinfrescarti solo andando fuori, bagnandoti. Altro problema, l’amianto, usato in tutte le coibentazioni, cosa che, finché non si è scoperta la pericolosità del materiale, era comune un po’ a tutti gli stabilimenti.<br />
Per quanto riguarda gli incidenti, ho assistito a diversi, non mortali ma seri: dall’operaio che si ruppe un braccio a quello che si spaccò un piede, fino a quello che ebbe un piede reciso di netto da una lamiera che gli cadde addosso. Purtroppo capitava. Un tempo c’era scarsa attenzione alla sicurezza, non c’era informazione e anche le attrezzature erano poche: avevamo i guanti sì, ma non di pelle, di tela. In più non c’erano le scarpe antinfortunistiche, quelle col cappellotto d’acciaio. Con gli anni è passata un’informativa sulla sicurezza, è quella che ha dato un po’ una svolta, sino a formare delle vere e proprie “scuole”. Una volta morì un muratore a Bando, lo stabilimento era chiuso e si stavano facendo delle ristrutturazioni. Fu schiacciato da una lamiera. Un altro morì nella Romana Zucchero, a Comacchio, sempre nel ferrarese. Quando si facevano delle ristrutturazioni, c’era sempre una gran frenesia sia da parte del committente sia dell’operaio, che lavorava al 130, 120%, molte volte lasciando perdere la sicurezza.<br />
<strong>Era più pericoloso lavorare a Forlì rispetto ad altri stabilimenti del gruppo?</strong><br />
Di tutta l’Eridania, lo stabilimento di punta, già nel ’61, era quello di Russi, il primo a fare lo zucchero raffinato e la fabbrica più attrezzata e sicura. Le altre, invece, venivano un po’ lasciate andare, forse perché c’era già la prospettiva della chiusura. Quando in qualche stabilimento si faceva male qualcuno, la frase tipica era: “Sì, però non è mica Russi&#8230;”.<br />
<strong> Della Mangelli ci hanno raccontato la durezza della direzione, dei capireparto&#8230; Da voi, invece?</strong><br />
Da noi non c’era nessuno che “ti puntava il fucile alla schiena”. La direzione era umana, certo il direttore pretendeva. Sulla Mangelli, è vero, lo conferma anche mio fratello. Io avevo provato a farlo entrare da noi, ma aveva paura lo mandassero in altre sedi. Me lo diceva sempre: “Te sei sempre in giro, Piero&#8230;”. Si era sposato -fra l’altro con la sorella di mia moglie- e non voleva lasciare Forlì.<br />
<strong>Quando chiuse l’Eridania di Forlì, lei cosa fece?</strong><br />
Al mio rientro da Foggia, nel ’72, mi ero già accorto che non era cambiato poi tanto, in fabbrica. Ricordo che chiesi ai colleghi: “Ma quando la chiudono, Forlì?”, “Ma scherzi? Non la chiudono mica”. Invece avevano già comprato un terreno altrove. Io intanto ero diventato capofabbrica, cioè responsabile del mio turno, e alla chiusura mi mandarono prima per Comacchio poi a Pontelagoscuro. Ero predisposto, mi dissi: “Proviamo a fare dei salti da società in società”. Sa, anch’io miravo alla mia scala sociale. Pian piano ci sono riuscito: sono passato dall’Eridania alla Romana Zuccheri, dalla Romana Zuccheri alla Sfir di Forlimpopoli, poi da lì sempre con la Sfir, però in Spagna, nello stabilimento di Linares.</p>
<p><a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/Eridania1900.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1092" title="Eridania1900" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/Eridania1900.png" alt="" width="932" height="528" /></a><br />
<strong>In che posizione è poi arrivato alla pensione?</strong><br />
Da dirigente alla Sfir di Forlimpopoli. Di lì mi muovevo per dei sopralluoghi a visionare dei lavori da riportare alla Sfir. Ho visitato incoronata di Foggia e Latina, dove ho preso un macchinario per il confezionamento.<br />
La Sfir è rimasta aperta anche in anni recenti, ancora tanti ragazzi di adesso hanno fatto gli stagionali lì&#8230;<br />
Pensiamo solo che ogni giorno lì si dovevano lavorare mediamente 150.000 quintali di zucchero e scaricare 1.200 camion rimorchio. Immagini un po’ quale indotto si portava dietro tutto questo, a partire dai ristoranti dove mangiavano gli operai e i camionisti, che poi andavano negli alberghi della zona; c’era anche un centinaio di persone che facevano parte delle maestranze esterne, poi, come ricordava lei, tutti i ragazzi che venivano a lavorare per le stagioni, molti dei quali di Forlimpopoli&#8230; Insomma, una marea di gente. Quando ci sono entrato io in tutto ci lavoravano 400, 450 persone; quando me ne sono andato via, passati gli anni e aumentata l’elettronica, erano in tutto circa 200.<br />
<strong>L’Italia è sempre stata vocata per la coltura della barbabietola&#8230;</strong><br />
L’Italia lo è stata fin dagli inizi, questa zona in particolare, sin da quando ha cominciato Napoleone. Per la barbabietola occorrono molta pianura, poca collina e dei cicli di piantagione diversi; la bietola era un tubero biennale, quindi l’anno dopo si piantava magari il mais oppure il frumento o l’erba spagna -o erba medica-, perché la barbabietola assorbe molti sali e altri elementi chimici del terreno, impoverendolo. Questo è valso almeno fino a quando non si è cominciato a usare i prodotti chimici per fare i terreni quasi tutti uguali e produttivi al massimo, cioè dagli anni 80. Oggi comunque l’industria saccarifera italiana è stata completamente debellata, ci sono rimasti solo quattro zuccherifici dei circa 30 di quando ho cominciato la carriera saccarifera.<br />
<strong>C’entra l’Unione Europea con questo&#8230;</strong><br />
Le prime iniziative della comunità europea le abbiamo avute nel ’71-’72, con i primi limiti alla produzione italiana dello zucchero e l’obbligo di importare dall’estero, un limite che negli anni, in passaggi successivi, veniva sempre più abbassato. È stata distrutta, questa la cosa che mi dà più fastidio, un’intera cultura, sulla quale io ho trascorso quarant’anni a studiare.<br />
Il lavoro del saccarifero era poliedrico, particolare: si deve conoscere un po’ tutto, dalla chimica all’elettronica, dalla parte meccanica a quella muraria&#8230; Non c’era sempre il geometra a dirti come bisognava fare, anzi; sapesse quante volte abbiamo litigato, coi geometri! “No, non lo mettiamo lì l’apparecchio, mettiamolo qua se no devo fare un giro&#8230;”. Ti dava la possibilità di ampliare continuamente le conoscenze, perché un saccarifero non era uno specialista di un aspetto, ne doveva conoscere tanti. Quindi uno specialista in tutto. Poi arrivavano i nuovi macchinari e si rinnovava la voglia di apprendere. Nel corso della mia carriera ho conosciuto tanti tecnici bravissimi, ragazzi in gamba, persone con cui si poteva collaborare anche se eravamo di stabilimenti diversi. Mi ricordo quello di Russi. Un capofabbrica di Foggia divenne direttore lì, a me serviva conoscere la velocità da imprimere a un fluido per arrivare ai fumi degli essiccatoi. Glielo chiesi direttamente: “Secondo te se lo imposto a 0.7 metri al secondo è troppo? Voi come avete fatto?”. Lui mi rispose: “Vieni che te lo faccio vedere&#8230;”. Una cosa incredibile. E questo dava soddisfazione, piacere.<br />
<strong>Gli operai si sentivano responsabili&#8230;</strong><br />
è grazie alla professionalità e all’impegno delle maestranze che le fabbriche andavano bene. Quando ti trovavi da solo la notte, con questa marea di fabbrica in marcia dove tutto doveva funzionare alla perfezione, ti rendevi conto del tipo di professionalità che dovevi avere. Io ero addirittura abituato ad andarmi a guardare le manutenzioni dei pezzi, come le sfere dei cuscinetti, volevo vedere come era fatta tutta la macchina. Una professionalità che non si arrestava mai. Ricordo che ogni anno i direttori venivano chiamati a Genova per un summit, lasciando praticamente sguarnito lo zuccherificio, anche se si era in fase di lavorazione. In quei momenti i dipendenti sentivano maggiormente la responsabilità: “Dobbiamo dimostrare che lavoriamo anche senza i dirigenti”. Quando il direttore tornava, quasi sempre si era fatto meglio di quando c’era lui. C’era più motivazione.<br />
<strong>Sapendo che adesso l’ex Eridania è completamente abbandonata, come se ne immagina il futuro?</strong><br />
Ci ho pensato. La fabbrica, compresi i magazzini, tutta l’area insomma, la adibirei a museo-scuola, un luogo in cui istituire una scuola di storia industriale&#8230;<br />
<em></em></p>
<p><em>(a cura di Stefano Ignone. </em><em>Foto di Francesca Pintus. </em><em>Per la foto di p. 24 si ringrazia Matteo Lolletti)</em></p>
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		<title>Non si vive ogni sei mesi&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 10:02:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>questacitta</dc:creator>
				<category><![CDATA[la storia]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 13 - marzo 2013]]></category>
		<category><![CDATA[problemi di lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Provincia Forlì-Cesena]]></category>
		<category><![CDATA[storie di giovani]]></category>
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		<category><![CDATA[storie di lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[L’arrivo a 15 anni, i primi lavori in nero, finalmente i documenti e un po’ di stabilità in una ditta edile; il mutuo sulla casa, l’auto presa a rate&#8230; Dal 2012 i primi ritardi negli stipendi e la cassa integrazione. La speranza della cittadinanza e quell’idea&#8230; Leon, albanese di 32 anni, vive nel comprensorio con i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’arrivo a 15 anni, i primi lavori in nero, finalmente i documenti e un po’ di stabilità in una ditta edile; il mutuo sulla casa, l’auto presa a rate&#8230; Dal 2012 i primi ritardi negli stipendi e la cassa integrazione. La speranza della cittadinanza e quell’idea&#8230;</strong></p>
<p><em>Leon, albanese di 32 anni, vive nel comprensorio con i genitori, la moglie e tre figli.</em></p>
<p><a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/fotoColagrossi1.png"><img class="size-full wp-image-1083 aligncenter" title="fotoColagrossi" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/fotoColagrossi1.png" alt="" width="567" height="856" /></a><br />
<strong>Come sei arrivato qui?</strong><br />
Avevo uno zio che stava a Forlì dal ’90. Nel ’95 ho finito le scuole dell’obbligo nella mia città, Durazzo, e l’ho raggiunto. Ho trovato subito lavoro a Forlì, ma non sono riuscito a fare i documenti. Fino al ’98 sono rimasto clandestino, facevo lavori in nero. Dopo ho sempre rigato per il verso giusto.<br />
<strong>Dove hai vissuto?</strong><br />
Per la maggior parte del tempo qui nel paese dove sto ancora. Sono stato anche a Cesena per sei mesi, a Forlì per tre, a Castrocaro tre-quattro mesi&#8230; Comunque, sempre nel territorio.<br />
<strong>Come sono stati i primi anni qui?</strong><br />
Ho sempre lavorato: all’inizio per un signore di Forlì che montava e smontava le gru edili; poi con dei ragazzi, anche loro albanesi, che facevano pavimenti autobloccanti. Dopo la regolarizzazione ho cominciato a cambiare lavoro più spesso: prima nel settore delle barche a vela, poi con una ditta che montava scale antincendio. Infine, 12 anni fa sono entrato nell’azienda dove dovrei essere ancora. Ora però sono in cassa integrazione.<br />
<strong>Da quanto tempo sei in cassa integrazione?</strong><br />
Da giugno 2012 fino a giugno 2013, poi non si sa niente. Abbiamo la cassa integrazione in deroga.<br />
<strong>Ora ti stai guardando attorno?</strong><br />
Sto cercando, però quelli che hanno un po’ di lavoro mi dicono: “Ah, te sei in cassa integrazione, magari prendo un altro&#8230;”. Piuttosto prendono uno che è in mobilità, perché così hanno le agevolazioni sulle tasse. Chi è in cassa integrazione però non è un privilegiato; ora lo Stato ha anche bloccato i pagamenti: i primi sei mesi hanno pagato, da gennaio in qua no. “Tanto ti arriveranno”, dicono.<br />
<strong>L’unica prospettiva è trovare lavoretti in nero?</strong><br />
Non si trovano. Ci sono andato in cantiere, ma chi ti prende? Dovunque vado, chiedo. Anche al forno, quando vado a comprare il pane: “Serve uno per la notte?”. Ma quelli che hanno il lavoro lo tengono stretto per i propri operai. Io ho tre figli, adesso sono andato dall’assistente sociale per chiedere un aiuto a pagare almeno la rata dell’asilo per il secondo e la scuola per il grande.<br />
<strong>Cosa gli hai proposto?</strong><br />
Siccome portare a casa i bambini a mangiare è sempre una spesa -là un pasto viene 4 euro e 80, come mi costa a casa-, ho chiesto se c’era una forma per offrire un servizio quantificato in base a ciò che devo pagare. Insomma, uno scambio: io offro lavori socialmente utili, come pulire le strade o altro, e loro me li scontano sulla rata dell’asilo. Hanno risposto che qui non c’è modo. Il Comune ti dovrebbe assumere, metterti in regola con l’Inail e l’Inps&#8230;<br />
<strong>Sono costi abbastanza accettabili&#8230;</strong><br />
Dai servizi sociali mi hanno risposto: “È una buona idea ma l’inghippo è metterti in regola”. Un’altra volta mi hanno consigliato: “Nel nostro Comune non si può, se trova un Comune che lo fa vada là”. Ma i miei bambini sono residenti qui&#8230;<br />
<strong>Per il lavoro, ti sei andato a informare anche al centro per l’impiego?</strong><br />
Sì, ma il centro per l’impiego non trova lavoro nemmeno a quelli che sono iscritti come disoccupati. Noi siamo quelli che: “Voi siete in cassa integrazione, state bene”.<br />
<strong>Invece quanto prendete?</strong><br />
La cassa integrazione non è regolare, non arriva certo una volta al mese. Stai anche mesi senza prendere nulla. Purtroppo, però, si vive mese per mese, non una volta ogni sei mesi. Cosa faccio il mese in cui non arriva niente?<br />
<strong>Della tua proposta ai Servizi Sociali hai parlato con altri?</strong><br />
C’è un mio amico che ha le figlie a scuola ed è disoccupato. Mi ha detto: “È un’idea”. A chiunque ne ho parlato è sembrata una buona idea. Però&#8230;<br />
<strong>Troppe leggi che lo impediscono&#8230;</strong><br />
L’Inail e l’Inps -che è giusto- se poi ti fai male lavorando. Un lavoro così mi avrebbe aiutato molto a pagare le rate dei bambini e soprattutto a tenermi impegnato, ad avere anche più voglia di andare a cercare un altro impiego. Da gennaio, con i soldi della cassa che non arrivano, abbiamo grosse difficoltà. Mia moglie lavora nel commercio e prende quello che prende, poco più di mille euro. Poi c’è mio babbo, la mamma&#8230; Il mio babbo lavora, ma fa tre giorni di lavoro e due di cassa integrazione. Ma lui è in una ditta seria! Addirittura, se capita giorno di paga il sabato, gliela danno un giorno prima!<br />
<strong>I tuoi vivono qua?</strong><br />
Sì, ho dovuto prendere i miei genitori in casa per non pagare anche il loro affitto. Perché questa è casa mia.<br />
<strong>L’hai comprata, non sei in affitto&#8230;</strong><br />
Tre anni fa avevo il lavoro, mi son detto: “Facciamo il mutuo”. Prima stavamo bene, ho comprato anche la macchina. Anche lì ho la rata da pagare&#8230; Tra mutuo e macchina vanno via mille euro al mese. Giugno per me è importante, finisco di pagare la macchina e spero di riprendere a lavorare.<br />
<strong>E per il mutuo della casa?</strong><br />
Lì mi mancano ancora 27 anni. Ma se c’è il lavoro, la casa si paga. Anche quand’ero in affitto non ho mai mancato un mese. Adesso, invece, ho fatto fatica a pagare la bolletta del gas, l’acqua, l’immondizia&#8230; Non ci arrivo più. Quello che avevamo da parte è andato. Ma senza casa sarebbe stato peggio, i miei da una parte e noi dall’altra, pagare due affitti&#8230; Qui dentro, almeno, è abbastanza vivibile, ci stiamo tutti.<br />
Un collega mi ha detto che in Belgio se non arrivi a pagare il mutuo, te lo riducono in base al reddito. Se trovi lavoro, il mutuo risale. Così non perdi la casa e puoi continuare a pagare. Qui ti dicono che “puoi fermare il mutuo”. Ma non è vero, si ferma la quota del capitale, gli interessi no&#8230; Comunque son sacrifici che devi fare. Perché un capofamiglia lavora? Per i figli, per offrire loro una vita migliore. A me non va che mio figlio vada a fare il muratore&#8230; Intendiamoci, lavoro dignitoso, però se gli piace studiare, ben venga che faccia qualcosa meglio di quanto facciamo io e mia moglie. Non so se uno di loro tre vivrà qui, ma almeno sapranno di avere una base, magari la venderanno&#8230; È un capitale. Conosco ragazzi albanesi che dicono “Io sto in affitto, non ho intenzione di restare qui tutta la vita, là tanto ho la casa”. E intanto continuano a stare qui. Soffrono la crisi qui. Ma se hai un bene là, perché non vai là? Una persona si sposta perché cerca qualcosa di migliore, non per lamentarsi. È come la lingua: appena arrivato, quando mi parlavano facevo la traduzione nel cervello dall’italiano all’albanese, capivo, facevo la traduzione al contrario e poi rispondevo. Adesso non penso più a tradurre. Ecco, questi ragazzi che si lamentano mi fanno pensare che siano ancora in quella fase lì, devono ancora capire dove vogliono stare.<br />
<strong>Cosa pensavi quando sei arrivato?</strong><br />
Ero ragazzino, volevo vedere com&#8217;era. Finché son stato qui mi son goduto la vita, niente da dire: lavoravamo come cani dal lunedì al sabato a mezzogiorno, però sabato sera&#8230; Discoteche, pub, la riviera&#8230; Ripensandoci, forse avrei dovuto risparmiare qualcosa all&#8217;epoca. Avrei anche fatto il mutuo, ma all&#8217;inizio agli stranieri non li davano. Li avessero dati fin da subito, quando il lavoro c&#8217;era! L’avrei fatto nel 2001, quando sono arrivati i miei, invece di pagare per dieci anni due affitti. Vuoi mettere?<br />
<strong>Tu invece hai fatto il mutuo perché la crisi non si vedeva ancora, nel 2011&#8230;</strong><br />
No, fino a gennaio 2011 lavoravamo anche sabato e domenica, c&#8217;era richiesta, anche in giro. Lavoravamo, prendevamo gli stipendi regolarmente. Sopo si è fatta fatica. Prima li hanno abbassati, poi hanno cominciato i ritardi nelle paghe: prima un mese, poi due, poi tre&#8230; Nel frattempo ho lavorato fino ad aprile 2012 con tre mensilità arretrate. Per fortuna l’anno scorso ho preso gli arretrati del 2011, ma son stato uno dei pochi a ricevere quello che gli spettava. Ci sono colleghi che devono ancora avere 12, 15 mila euro.<br />
<strong>Perché i clienti tardavano a pagare?</strong><br />
Non so se ci siano state difficoltà a prendere i soldi dai clienti, le aziende non raccontano tutto agli operai. Abbiamo fatto degli scioperi, siamo usciti anche sul giornale.<br />
<strong>I sindacati vi hanno aiutato?</strong><br />
Hanno fatto quello che potevano. Io sono iscritto agli edili della Uil, lì c’è una brava persona, ma anche quello della Cisl ci è stato vicino. Quando abbiamo fatto le occupazioni dell’azienda erano presenti, anche se l’idea non è stata loro. Quando abbiamo occupato eravamo solo albanesi. Tra gli italiani uno chiudeva un occhio, un altro diceva “C’ho famiglia”&#8230; Perché, noi no? Poi anche alcuni albanesi si sono tirati indietro. L’unica cosa che siamo riusciti ad avere è stata la cassa integrazione. Ognuno ha combattuto come poteva. Io, tra tutti, ero quello che aveva meno soldi, ma anche gli altri erano messi male: chi doveva pagare l’affitto, chi il mutuo&#8230;<br />
Oggi cercano di tirare avanti come possono. Un nostro collega si è messo in mobilità, è andato a Treviso dove ha un cugino e lì ha trovato lavoro.<br />
<strong>Lui è andato via perché non aveva la casa&#8230;</strong><br />
Non aveva la casa, però la famiglia sì, moglie e figli. Ma non il mutuo. È la casa che ci lega. Dopo tutti i sacrifici, lasciarla&#8230; Il mutuo lo pago mese per mese, per non restare indietro, ma anche l’affitto va pagato  e se non paghi per un anno c’è lo sfratto. Io ho visto amici e familiari sfrattati. Dove vai? Dove sbatti?<br />
<strong>Tu ci hai mai pensato?</strong><br />
Sì, ma ho paura di non prendere neanche il Tfr. Per 12 anni di lavoro dovrei prendere 12mila euro: togliendo il 23% di Irpef sui licenziamenti diventano 9mila. Se te ne vai adesso l’azienda non ha i soldi, cosa fai? Gli fai causa, loro patteggiano col giudice -perché si patteggia sempre- e pagano la metà. Da quella metà, l’Inps trattiene l’Irpef. Cosa ti rimane? Tremila euro. Cosa ci fai, se non trovi lavoro? E quando te li daranno? Il collega che si è licenziato non ha preso ancora il Tfr. Spera che l’azienda fallisca, in quel caso c’è l’assicurazione dell’Inps e il Tfr si prende da lì.<br />
Oltre a questo non hai pensato di lasciare la Romagna, di trasferirti solo o con la famiglia? È difficile per la casa&#8230;<br />
Sì, ora col mutuo&#8230; Tre anni fa avevo un po’ di soldi da parte, ma chi lo sapeva come sarebbero andate le cose? Ho speso tutto tra mutuo, agenzia, notaio&#8230; Se c’è lavoro in un’altra città vado anche in trasferta, non è un problema per me. Lavoro da qualsiasi parte, se c’è.<br />
<strong>Adesso l’Albania offrirebbe qualche opportunità in più?</strong><br />
Noi guardiamo la televisione albanese perché costa molto meno di Sky, ma vediamo che là è peggio. In più, per me tornare in Albania non è possibile, dopo 18 anni mi sento straniero&#8230; Non ci torno da quattro anni, non ce la faccio perché il viaggio è caro. I passaporti, il viaggio&#8230;<br />
<strong>Hai la cittadinanza italiana?</strong><br />
Dal ’98 in qua ho maturato i dieci anni di residenza, così ho fatto domanda nel 2011. È arrivato l’ok dallo Stato e ora sto aspettando il foglio, poi dovrò fare il giuramento. Mia sorella invece è italiana da ormai 12 anni, è qua dal ’97 e si è sposata con un italiano, così l’ha avuta più velocemente.<br />
<strong>Le persone che conosci nella altre città ti aiutano?</strong><br />
La maggior parte stanno a Bari, quelli che ho qui a Forlì sono in difficoltà come me&#8230; Ma dovunque è uguale. Spero mi arrivi il passaporto italiano, così vado in Svizzera da italiano. Là c’è lavoro, so da alcuni kosovari che hanno parenti in Svizzera e in Germania che è più facile&#8230;<br />
Me l’ha detto anche un amico del Camerun che lavorava con noi. È andato in Svizzera a fare il corriere con Dhl, aveva i parenti là che l’hanno aiutato. Un po’ come quando noi siamo venuti qua, erano tantissimi gli albanesi nel ’96. Sai com’è, ognuno cercava di far arrivare un fratello, un cugino, un parente&#8230; Chi non l’ha fatto! Io non ho potuto, perché quando c’era lavoro qua i miei cugini erano tutti piccoli. Adesso, che non c’è nemmeno più bisogno del visto, cosa vengono a fare&#8230;? Se non c’è lavoro per noi che siamo qua, come lo trovano loro?<br />
<strong>Che tipo di associazioni ti possono aiutare?</strong><br />
Ho chiesto al parroco, poi sono andato anche alla Caritas. Con duemila euro al mese, come fai se no? Di sette che siamo in famiglia, solo in due lavorano. Mi hanno accettato, per fortuna! Ora mi aiutano col cibo, almeno una spesa al mese, è un aiuto anche quello.<br />
<strong>Ci sono associazioni di albanesi qui?</strong><br />
Qui in paese hanno provato a farne una, ma a me non interessava. Ero abituato al ritmo della vita qua, perché sarei dovuto entrare in un’associazione di soli albanesi? Sono arrivato qui che avevo 15 anni, mi sento più romagnolo. Chiaro, anche là mi piace; finché ci andavo facevo due settimane di vacanza, ma finite quelle non vedevo l’ora di tornare a casa. Ti manca la routine. Quando sbarchi ad Ancona, conti quei 140 chilometri da Ancona a Forlì e non vedi l’ora che passino&#8230; Sei già a Pesaro, poi arrivi a Cattolica e li capisci: “Cavolo, sono quasi arrivato”.<br />
<em>(a cura di Paolo D’Acunti e Stefano Ignone)</em></p>
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		<title>Correre, correre! &#8211; Sull&#8217;Invalsi/2</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 09:44:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>questacitta</dc:creator>
				<category><![CDATA[discussioni aperte]]></category>
		<category><![CDATA[Forlì]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 9 . agosto-settembre 2012]]></category>
		<category><![CDATA[problemi di scuola]]></category>
		<category><![CDATA[primapagina]]></category>

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		<description><![CDATA[Le prove Invalsi, l’insegnamento in funzione dei test e la crisi della pedagogia italiana, un tempo avanguardia; modelli esteri accolti nel momento in cui i paesi sperimentatori li abbandonano; una scuola “per la performance”&#8230; Claudia Fanti è insegnante di scuola primaria del primo circolo di Forlì. Che impressione le fa l’adozione delle prove Invalsi sui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Le prove Invalsi, l’insegnamento in funzione dei test e la crisi della pedagogia italiana, un tempo avanguardia; modelli esteri accolti nel momento in cui i paesi sperimentatori </strong><br />
<strong>li abbandonano; una scuola “per la performance”&#8230;</strong></p>
<p><em>Claudia Fanti è insegnante di scuola primaria del primo circolo di Forlì.</em><br />
<a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/TestInvalsi2.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1078" title="TestInvalsi2" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/TestInvalsi2.png" alt="" width="958" height="716" /></a><br />
<strong>Che impressione le fa l’adozione delle prove Invalsi sui suoi studenti, ancora bambini?</strong><br />
Come insegnante di scuola elementare ritengo che con le recenti innovazioni si sia completamente persa la bussola pedagogica e filosofica. Ora abbiamo l’Invalsi, fino a poco tempo fa avevamo indicazioni ministeriali non vincolanti sui programmi, ma qualora questo Governo le rendesse definitive diventerebbero vere e proprie prescrizioni obbligatorie. Sono due strumenti che si richiamano, perché su un sistema di programmi più centralizzato si innesterà l’obbligatorietà delle prove Invalsi, standardizzate e centrate su veri e propri “quiz”.<br />
<strong>Cosa pensa che comporti l’obbligatorietà dell’Invalsi?</strong><br />
Trovo che prove come l’Invalsi in realtà siano avulse dal contesto pedagogico di una scuola primaria. Si ha la sensazione che siano un po’ “calate dall’alto”: chi le compila? A cosa servono? Sarebbe bello ci fosse un po’ più di trasparenza all’origine, soprattutto data la pretesa di imporre come obbligatorio un quadro di valutazione nazionale che va a interporsi nel rapporto tra Ministero e corpo docente. La scuola italiana è sempre stata differente dalle altre europee, ad esempio nel principio dell’accoglienza e dell’inclusione: le nostre scuole accolgono i bambini in classi anche oltre i venti alunni e lo fanno con tutti, inclusi i portatori di handicap o gli stranieri che arrivano anche a maggio. Dunque, è una scuola che è sempre stata abituata a integrare e a modificare i programmi didattici in modo da andare incontro alla necessità dei singoli.<br />
<strong>A suo giudizio, qual è l’elemento più carente della scuola odierna?</strong><br />
Penso che la cosa che manca di più nella scuola di oggi sia il tempo. Alle elementari anche il “tempo pieno” non è più veramente tale: non si fanno più quelle compresenze che ci aiutavano a formare piccoli gruppi, in cui magari si potevano recuperare gli alunni rimasti indietro. Non solo è venuta a mancare l’autonomia didattica, ma anche quella che riguarda le scelte pedagogiche.<br />
D’altra parte, questo governo ha scelto di non abbattere la riforma Gelmini e il suo apporto sembra semplicemente una serie di annunci sulle future dotazioni: computer, lavagne interattive multimediali&#8230;<br />
Certo, è vero che il bambino resta affascinato dalla possibilità di usare il computer ed effettivamente sembrerebbe apprendere più velocemente, ma non si tratta di fare le cose più alla svelta. Più importante, in un sistema che tende a velocizzare tutti i processi, sarebbe riuscire a ritagliarsi il tempo per ragionare e riflettere insieme, il tempo da dedicare alla creazione di una piccola comunità in grado di collaborare, di scambiarsi idee, di porre domande, di interrogarsi sulle soluzioni, che sappia porsi con un pensiero critico di fronte a ciò che vive in una scuola. Quando ci si riesce, l’insegnante non diventa altro che un mediatore: allora sì che diventa il momento di usare le tecnologie, purché si sia abbattuta questa concezione del tempo che non lascia tempo. Dire: “Calma, pazienza, torniamo indietro, torniamo ai procedimenti che ci hanno portato a quel risultato, esaminiamo insieme l’eventuale errore, capiamo anche perché è un errore”&#8230; è così che va, dev’essere così anche se di alunni ne hai trenta, trentacinque, quaranta. Infatti è un lavoro tormentato, a volte ti mangi le dita perché non ce la fai, è un continuo mettere in discussione se stessi. Gli strumenti informatici potrebbero sicuramente rivelarsi utili, ma la tecnologia non risolve nulla se la immetti in un quadro già depauperato delle risorse essenziali per una scuola primaria.<br />
Un tempo, ciò che si faceva a scuola era molto centrato sul rapporto tra docente e bambino; un quadro che anche a causa di tagli di ogni tipo, con conseguente mancanza di risorse anche materiali -pensiamo anche all’edilizia- è andato deteriorandosi negli anni. Certo, in questa Regione la situazione è migliore che in altre.<br />
<strong>Si sente sempre di genitori che si organizzano per fare le fotocopie che la scuola non riesce più a fornire&#8230;</strong><br />
Nel momento in cui siamo, gli insegnanti sono davvero costretti a investire nel proprio istituto parte del proprio stipendio. Sempre più scuole sono costrette a richiedere a inizio anno un obolo ai genitori, qualcosa di non obbligatorio cui però fanno appello tutti gli istituti, altrimenti non avrebbero le risorse per vivere. Dato il momento che stiamo vivendo, non è giusto gravare continuamente sulle famiglie. Molte sono comprensive, altre non sono consapevoli della situazione in cui versiamo. Non si può angosciare un tessuto sociale già smagliato. L’aggiornamento poi non esiste quasi più, lo dobbiamo fare a spese nostre.<br />
Però lo fai, soprattutto quando sei stimolato dalle grandi difficoltà, che certo diminuiscono, quando la scuola è fatta di questionari, verifiche, interrogazioni. Sì, “sforno” -per usare il termine che spesso si sente dire- persone che hanno raggiunto minime competenze, ma certamente non persone con un pensiero critico.<br />
<strong>Si parla dell’utilità del sistema dei test Invalsi nel rilevare le eccellenze&#8230;</strong><br />
L’idea di fondo è quella dell’insegnamento in funzione dei test, con l’obiettivo della massima performance. Il nostro obiettivo doveva essere recepire le novità della pedagogia per arginare la dispersione e l’abbandono scolastico, mentre oggi ci ritroviamo ad affrontarlo ancora con gli stessi ­strumenti dei nostri padri: il sistema dei voti, tornati in auge più che mai, la differenziazione in classe tra i migliori e i peggiori -pensiamo alle lavagne coi buoni e i cattivi. Se quello che ci interessa è una scuola dalla quale possa uscire un cittadino competente, che ami ciò che fa e sappia cercare ciò che vuole e non solo ciò che è utile, che sappia amare il bello in tutte le sue forme, non possiamo fare una scuola “di addestramento” fondata su esercitazioni, verifiche in fotocopia, schede preconfezionate&#8230; È questo il problema. Pensiamo, poi, che la stessa scuola anglosassone, da molti guardata come un modello nella direzione della performance, sta facendo marcia indietro e così quella finlandese. Entrambe vanno verso un tipo di scuola che molti insegnanti, anche italiani, vorrebbero, fatta di gruppi che si spostano nei laboratori dove ci sono gli strumenti musicali, oppure i computer per chi è predisposto all’informatica, o le attrezzature per studiare le scienze&#8230; In questi Paesi gli studenti delle superiori vengono “usati” nei rispettivi territori, in appoggio all’equivalente dei nostri quartieri, in un’interazione reale tra scuola e istituzioni. Da noi, quando vuoi fare qualcosa di particolare ci sono i progetti europei, che spesso si rivelano degli “una tantum” per fare bella figura, ma non si risolvono in realtà continuative. La scuola non è uno, due progetti: è un unico progetto che comincia riconoscendo che chi vi entra è una persona dalla quale anche l’insegnante può imparare moltissimo. Pensiamo in special modo agli stranieri: certo, se si inseriscono a fine maggio è difficile garantire il giusto trasferimento di competenze, infatti anche qui le cose andrebbero fatte con maggiore coerenza e razionalità.<br />
<strong>Ci può fare un esempio sull’apprendimento dagli studenti soprattutto stranieri?</strong><br />
Pensiamo all’aritmetica. Oggi, gli insegnanti di matematica devono lavorare su vari tipi di aritmetica per rispondere a sistemi di apprendimento diversificati in tutto il mondo. I bambini cinesi, per esempio, studiano l’aritmetica in tutt’altro modo, spesso più efficace del nostro. Quella è un’eccellenza, ma come faccio a pretendere che quel bambino a fine anno abbia le stesse competenze linguistiche di un coetaneo italiano? Quell’esame finale, anzi, lo metterà in crisi. Un bambino è una persona e come tale si allarma, si emoziona, entra in uno stato per cui non risponde come vorrebbe e potrebbe. Per arginare questi problemi ci sono una serie di strategie infinite, variano da insegnante a insegnante, ma io non penso che quella dei test sia una scelta valida. Purtroppo è tutta la società che va in quella direzione. In fin dei conti è più facile coi test, con le prove standard per tutti con le quali anche la rielaborazione dei risultati è facilitata&#8230; Ciò che ottengo, però, non mi dice nulla sulla situazione reale delle classi.<br />
<strong>Lei quindi vede nell’obbligatorietà dell’Invalsi una necessità di rendere più facile un lavoro complesso?</strong><br />
Un questionario come questo sorge sicuramente da uno scopo. Ma non è certo lo scopo degli insegnanti. Tutti gli esponenti politici, in maniera trasversale, ci presentano il sistema dei test come già positivo ovunque: “Un sistema di valutazione ci vuole, in Europa e in America lo fanno tutti ”.<br />
Quest’estate, forse lo ricorderete, c’è stata la vicenda dei cinque bambini bocciati in un istituto di Pontremoli. Sui giornali si è letto che la bocciatura serviva a regolare il numero degli studenti in una certa classe. Vorrei conoscere i singoli casi, perché dietro alla bocciatura di un bambino non possono esserci considerazioni tanto semplicistiche.<br />
<strong>Certo, con una scuola senza voti&#8230;</strong><br />
Una scuola senza voti non si può fare, perché il voto è legge. Quando questo numero che devi mettere su una persona è insufficiente e comporta la bocciatura, allora saltano fuori i commenti indignati dei grandi opinionisti. “Alle elementari si boccia&#8230;”. Ma vedere i bambini crescere senza voto fin dalla prima, quella sarebbe la cosa più bella.<br />
<strong>La Montessori&#8230;</strong><br />
Ah, la Montessori. Ha presente com’è stata trattata in Italia? L’ha chiamata il Mahatma Gandhi in India a costruire le scuole del bambino. E Steiner? Berlusconi, i suoi figli li ha mandati lì. Ma cosa conta, adesso? Il merito, l’eccellenza, l’adeguamento ai modelli per il consenso. Importante, invece, sarebbe salvare i modi di ragionare dei bambini, lasciarli sbagliare e poi rivedere insieme gli errori: perché si è sbagliato? Nessun bambino viene a scuola per essere considerato stupido e spesso gli errori nascono da procedimenti anche molto più intelligenti di quelli che portano a facili soluzioni. Questo credo valga anche alle superiori e all’università. Pensiamo alla pedagogia dell’errore, che non lo sanziona, non lo mette in statistica, ma ci lavora su: se non parti da lì, non cambi le situazioni. Certo è che più alunni hai, più strategie devi trovare, ed è difficile; lo è anche con dodici bambini, se non hai le risorse, se non conosci le diverse tipologie di intelligenze presenti in classe, se la stessa è stata formata male all’origine. Con le giuste strategie riesci a tenere insieme anche chi sembrava impossibile potesse convivere. Il problema qual è? Che i governi, tutti senza eccezione, si susseguono implacabili e smantellano, buttano via tutto, anche quelle poche idee positive emerse ogni tanto e finiscono in maniera metodica per plasmare il cittadino in base all’epoca in cui vive, in cui sono richieste alcune competenze: se il bambino le ha, bene, se no, quelle che ha non interessano perché non previste dai test. Non vorrei che tutto diventasse materia da test, perché se mi “testano” così anche la musica, l’educazione motoria e le scienze, perdo completamente lo spazio e il tempo per far ragionare i ragazzi e perdo anche la mia libertà d’insegnamento. Ecco, il problema è che questa libertà -costituzionale- è sempre più condizionata, ed è come toglierci l’aria. Nei corridoi il malcontento si sente. Poi finisce che tanti dicono: “Va beh, è così, che ci vuoi fare?”. Soprattutto per le scuole elementari si avverte uno slittamento verso quella che una volta si chiamava scuola media e oggi è la secondaria di primo grado. In Arte, per esempio, nelle indicazioni ministeriali si parla espressamente di “codici formali” e non più solo di progettazione di percorsi creativi e originali. In questa come in altre materie, insomma, si “chiede di più”.<br />
<strong>Viene alzata l’asticella di ciò che si richiede sia ai docenti sia agli studenti?</strong><br />
Più che altro resta stabile in un contesto in cui non ci sono più le risorse né il tempo. Non c’è più la scuola del vero tempo pieno. Sì, resistono i tempi pieni senza compresenza, però i moduli non sono più tali; poi c’è il maestro unico che dev’essere un tuttologo e racchiudere in sé le competenze di tutte le discipline&#8230; Una volta alcuni maestri riuscivano anche a specializzarsi, senza cadere in specialismo, perché ci si ruotava in tre su due classi. Già con questa prima riforma era stato compiuto uno sforzo immane e qualcosa stava cominciando a muoversi; consideriamo poi che una riforma della scuola dovrebbe avere vent’anni di tempo prima di andare a regime.<br />
Ciò si interseca con un corpo docenti sempre più anziano, con un innalzamento dell’età pensionabile delle donne -una grandissima parte del corpo docente- e alla fine la distanza generazionale tra chi insegna e i bambini non è mai stata così alta. Dicono che la scuola è anziana e bisognerebbe “svecchiarla”, però, allo stesso tempo, dobbiamo rimandare la pensione. Le contraddizioni sono tante. L’unica che non vedo come tale, in quest’epoca di mercati, è la necessità che la scuola formi dei cittadini con competenze spendibili nel mercato del lavoro. Sembra tutto creato a bella posta e se non torniamo a interessarci di filosofia, del suo potere di smascherare queste dinamiche&#8230; Chi studia filosofia al giorno d’oggi? Pochi “folli”. Cosa gli dicono? “Non lavorerai mai”. Attirano di più ingegneria, statistica, indagini di ogni tipo, numeri, numeri, numeri. Dovrebbero essere la cosa più oggettiva possibile, ma sono sempre il prodotto di indagini commissionate da chi si preoccupa di raggiungere uno scopo. Il fatto, poi, che le prove Invalsi siano un’indagine internazionale trovo sia un meccanismo perverso, al quale dovremmo sacrificare chi non ha potere e non può scegliere: i bambini, ma anche i ragazzi delle superiori. Rischiano di diventare vecchi senza essere mai stati giovani, perché devono correre, correre&#8230;<br />
<strong>Quando c’è stato il momento di svolta?</strong><br />
Bisogna andare molto indietro. Nel dopoguerra i maestri hanno rifatto l’Italia con classi di cinquantasei, sessanta bambini, sui cucuzzoli delle montagne. Lì, tra l’altro, è nata l’idea di fare lavorare i bambini più grandi coi più piccoli. E così si è fatta l’alfabetizzazione. Poi abbiamo avuto a lungo la maestra unica, fin quando ci si è resi conto che i saperi si allargavano e si doveva fare qualcosa. La scuola media è stata riformata negli anni 60, l’elementare nel 1985 con nuovi programmi bellissimi e vastissimi&#8230; Avremmo dovuto monitorare, capire cosa recuperare e cosa togliere, ma poi l’economicità ha dettato la legge: eliminati i moduli, distrutto il vero tempo pieno, tolta la compresenza. Ora andiamo noi a fare supplenza, perché non ci sono soldi per gli esterni; torniamo all’insegnante unico, alla centralità del voto. Cosa succede? Vi cito una ricerca internazionale del 2006 pubblicata da Armando Editore. Negli adulti italiani tra i 16 e i 65 anni, abbiamo un 5% di analfabeti e un 33% che decifrano ma non capiscono ciò che leggono. Il 35% comprende una breve fase, ma è a rischio regressione. Resta un 29% che comprende, ma quando si tratta di trasferire la competenza acquisita nella lettura a un altro settore questo 29% si riduce a un 18% di persone in grado di capire, affrontare e risolvere i problemi. Su cosa dobbiamo lavorare? Sulla lettura, per esempio. Sulla passione, sulla motivazione, non solo sull’analisi del testo mediante test a crocette. Si legge insieme, si fa conversazione, si enucleano le parti, si ascoltano tutti i bambini. Lo faccio continuamente. In più, prendo appunti mentre parlano, perché dà l’idea di essere ascoltati: “Ciò che tu stai dicendo è fondamentale”. Dopo ci lavoriamo, ci pensiamo. Su qualsiasi cosa la lettura è veramente la molla, ma non si deve limitare all’atto che ti vede solo davanti al libro; è anche questo momento di partecipazione, di discussione, una catena di pensieri liberi che io trascrivo per poi rivederli insieme. La metacognizione, il ragionare su come ragiono. Chiedermi: “Come ho fatto ad arrivare dove sono arrivato?”. C’è un bisogno di tempo che non è una richiesta da niente. Se però me lo riducono&#8230;<br />
<em>(a cura di Stefano Ignone)</em></p>
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		<title>L&#8217;indagine internazionale &#8211; Sull&#8217;Invalsi/1</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 09:28:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>questacitta</dc:creator>
				<category><![CDATA[discussioni aperte]]></category>
		<category><![CDATA[Forlì]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 7 - maggio 2012]]></category>
		<category><![CDATA[problemi di scuola]]></category>
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		<description><![CDATA[La prova Invalsi per tracciare il quadro dell’istruzione italiana; test sempre più “a crocette” per l’esigenza di avere dati statisticamente elaborabili; gli ottimi risultati delle seconde generazioni di stranieri&#8230; Intervista a Giuseppina Bolletta, professoressa dell’Istituto Tecnico Matteucci di Forlì. Quest’anno le prove Invalsi hanno suscitato molto dibattito. Come mai? La prova Invalsi per la scuola secondaria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La prova Invalsi per tracciare il quadro dell’istruzione italiana; test sempre più “a crocette” per l’esigenza di avere dati statisticamente elaborabili; gli ottimi risultati</strong><br />
<strong>delle seconde generazioni di stranieri&#8230;</strong></p>
<p><em>Intervista a Giuseppina Bolletta, professoressa dell’Istituto Tecnico Matteucci di Forlì.</em></p>
<p><a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/ok_7467.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-1075" title="TestInvalsi" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/ok_7467-1024x768.jpg" alt="" width="1024" height="768" /></a></p>
<p><strong>Quest’anno le prove Invalsi hanno suscitato molto dibattito. Come mai?</strong><br />
La prova Invalsi per la scuola secondaria superiore quest’anno è comparsa per la seconda volta. Anche l’anno scorso ci sono stati problemi: ci sono state associazioni sindacali o para-sindacali come i Cobas che hanno proposto una forma di rifiuto. Noi avevamo già aderito volontariamente alle formule precedenti che si chiamavano Pp, Progetto pilota; ora, dall’anno scorso, la prova è obbligatoria e si chiama “Invalsi”. Nella nostra scuola si è cominciato nel 2004-’05; dal ’10 è comparsa nell’attuale formula obbligatoria che coinvolge scuola primaria, terza media e seconde superiori.<br />
<strong>Com’è cambiata l’attuale prova rispetto alle precedenti?</strong><br />
È comparso -e questa è la cosa che ha suscitato la maggior parte delle proteste- un questionario nel quale ci sono domande di tipo personale relative alle condizioni della famiglia: dati anagrafici, se i genitori sono nati in Italia, Europa o extra-Europa, quale lingua si parla per la maggior parte del tempo, titolo di studio, quanti libri si hanno a casa, quando si studia da soli in che maniera si studia…<br />
<strong>Come mai c’è questo questionario?</strong><br />
Il modello è quello del Pisa, un’indagine internazionale che viene fatta ogni tre anni, a cui partecipano i paesi Ocse più altri che aderiscono volontariamente. Sono quelle indagini delle quali ogni tanto si legge sul giornale: “I nostri studenti sono più bravi in matematica, meno in italiano, rispetto al tal paese sono in tale posizione”&#8230;<br />
Un anno siamo stati scuola campione per il Pisa che, oltre alle domande relative all’apprendimento -le stesse di italiano e matematica dell’Invalsi-, ne prevede alcune di tipo personale, benché in forma anonima, per incrociare statisticamente i dati con i risultati, così da mettere in collegamento aspettative, condizioni economiche e metodo di studio con i risultati dell’apprendimento. Peraltro, gran parte di questi dati (lo stato di famiglia e una serie di altri elementi) sono già depositati presso ogni singola scuola, nella cartella personale dell’alunno. Naturalmente sono dati sensibili su cui docenti e impiegati garantiscono la non diffusione.<br />
<strong>Quindi sono tutte informazioni che in realtà la scuola ha già, dati sensibili già archiviati&#8230;</strong><br />
Sì, ma a livello di scuola, mentre ora il dato è raccolto sul territorio nazionale; in più, le informazioni di cui disponiamo in Istituto non ci aiutano, per esempio, a dedurre il metodo di studio, cosa che l’Invalsi fa.<br />
<strong>Rispetto alla capacità di questi test di indicare il livello di istruzione dello studente, si ritiene soddisfatta?</strong><br />
Il punto di riferimento è sempre il Pisa. Questa indagine internazionale vuole verificare le competenze in termini di cittadinanza, vale a dire quel sapere che serve per essere cittadino a pieno diritto, per poter eseguire certe funzioni.<br />
Mi spiego: un problema di matematica può essere presentato come un problema di cambio: “Devo andare all’estero, ho tot moneta, il cambio è questo, di quanta moneta avrò bisogno per fare il mio viaggio?”.<br />
Elementi che fanno parte della vita quotidiana e che permettono di interagire su cose oggi ritenute essenziali per il diritto di cittadinanza.<br />
Il test di italiano riguarda la comprensione, va a scoprire come si comprende un testo letterario o un grafico, una tabella, un messaggio pubblicitario. È chiaro che un test di questo genere può occuparsi solo di elementi che siano misurabili, quindi con risposte chiuse o parzialmente aperte.<br />
<strong>C’è un trend per cui laddove si facevano i temi ora si fanno risposte brevi, dove si facevano le domande ora si fanno le crocette?</strong><br />
Questo è sicuramente necessario per potere fare un’indagine statistica. Ci sono classi campione con osservatori esterni. Lo standard, da un certo punto di vista, è necessario proprio per la comunicazione dei dati, per poterli gestire a livello nazionale. Sicuramente per alcune materie come quelle umanistiche diventa più difficile standardizzare.<br />
<strong>Vedo un test su una poesia con risposte a crocette: una volta ci sarebbe stato scritto: “Commenta e fai la parafrasi”&#8230;</strong><br />
Esatto, questo dato diventa difficilmente quantificabile. La prova costituisce anche un servizio dato alle scuole, perché i risultati vengono restituiti: una cosa per noi interessante degli esiti dell’anno scorso è stato l’ottimo risultato dei nostri studenti stranieri di seconda generazione.<br />
Per quel che riguarda la prova di italiano rispetto alla cittadinanza, viene indicato con S1 lo straniero di prima generazione e con S2 quello di seconda. Se prendiamo i risultati della nostra scuola, con l’S2 siamo sopra la media nazionale, regionale e locale. Ci ha fatto molto piacere perché da alcuni anni nella scuola si fa un lavoro serio e continuativo proprio sull’inserimento degli stranieri, lavorando con un’esperta che fa attività di tutoraggio e assistenza per i programmi individualizzati.<br />
<strong>Questi dati possono servire alla scuola per accedere a dei fondi?</strong><br />
Su questo c’è controversia. Nelle scuole, nelle classi campione, la correzione viene fatta dagli insegnanti, però c’è l’osservatore esterno che controlla che gli studenti facciano effettivamente il lavoro da soli e unicamente queste classi sono considerate classi campione, quindi i dati che si ottengono sono attendibili; questo perché già quando c’era il Pp venivano individuati risultati decisamente anomali, in cui per timore di essere giudicati, per forma di boicottaggio o altro, gli insegnanti svolgevano quasi completamente la prova con gli studenti; da qui il problema dell’attendibilità.<br />
La questione dei fondi, per ora, assolutamente non c’è, ed è una delle cose per cui le prove Invalsi vengono contestate; si dice: “è chiaro che da questi risultati vengono fuori meglio i licei o comunque le scuole in quadri ambientali favorevoli, per cui si andrebbe a premiare chi già in partenza è premiato perché vive in un certo contesto”.<br />
<strong>La logica vorrebbe più soldi a quelli che vanno peggio&#8230;</strong><br />
Infatti, l’Invalsi si pone il problema del valore aggiunto, cosa complicatissima per cui ci vorrà tempo: andare a vedere cosa quella scuola aggiunge rispetto alla preparazione iniziale, avere una filiera, delle tappe di apprendimento, di conoscenza e vedere attraverso questi dati cos’ha in più lo studente in uscita rispetto a quando era entrato.<br />
<strong>Il rischio è che una classe che va meglio di un’altra equivalga alla bocciatura dell’insegnante?</strong><br />
Sì, è un timore. Ma dobbiamo metterci d’accordo: o, insegnante, conti solo tu -ma allora ti prendi l’onore e l’onere- oppure dici: “Mi confronto con variabili che non sono dipendenti da me e che è bene che conosca perché mi aiutano nel mio lavoro”. Il discorso delle perplessità sul questionario studente lo trovo molto pretestuoso.<br />
<strong>Non crede molto alle critiche&#8230;</strong><br />
Sul questionario no, anche perché, allora, se temiamo questo grande fratello smettiamo di usare il pc, di navigare in internet… Voglio dire: ok, una volta che sappiamo i dati del titolo di studio dei genitori, allora? Qual è il rischio che si corre? Non so&#8230;<br />
<strong>Lo stigma sociale?</strong><br />
Lo trovo un po’ generico. Comunque, valutiamo gli aspetti positivi e valutiamo eventuali proposte di modifica.<br />
<strong>Gli esami ordinari cominciano ad assomigliare più a questi, con crocette, risposte chiuse?</strong><br />
No, noi ancora non le usiamo molto. In genere, comunque, c’è una certa rispondenza fra i risultati del test e gli altri. Quello che è interessante è il dato comparato, che dà la misura delle tue valutazioni e magari ti fa capire che quelli che consideri problemi di quella classe, di quella scuola, sono invece una tendenza di tutta la scuola italiana.<br />
<strong>Oppure segnali che pensavi allarmanti diventano meno allarmanti quando vedi il quadro completo&#8230;</strong><br />
Sì, c’è questa possibilità di potersi confrontare: non in maniera competitiva, ma per avere un riscontro su quelle stesse cose con un dato nazionale. Un po’ ti ridimensiona.<br />
<strong>La protesta è arrivata, qui in Istituto?</strong><br />
No, né quest’anno né lo scorso. Sulla preparazione abbiamo lavorato molto e abbiamo fatto attività di autovalutazione, investendo anche negli anni precedenti.<br />
<strong>Anche da parte studentesca non c’è malcontento?</strong><br />
Ormai sono abituati. Il questionario lo fa la classe seconda, sempre sulla base del modello Pisa. Credo che avendo questa età magari conti di più, o possa avere più effetto, un boicottaggio dei genitori che si informano e non portano i figli a scuola quel giorno. La famiglia viene informata del fatto che il tal giorno si svolgerà l’Invalsi: viene mandata una comunicazione che va controfirmata perché quell’attività è differente da quella didattica.<br />
<strong>Mi diceva che nelle prove pilota non c’era il questionario studente&#8230;</strong><br />
Secondo la normativa le scuole devono avere forme di autovalutazione interna ed esterna. L’autovalutazione interna l’abbiamo già fatta col progetto pilota e con altri questionari che somministriamo quasi tutti gli anni. Dall’anno scorso è entrata a regime la valutazione esterna, che dovrebbe essere fatta completamente da agenti esterni, invece la correzione è effettuata da docenti interni. Si, c’è l’osservatore esterno, le domande e la griglia di correzione sono quelle proposte dal ministero, però è un insegnante della materia, della scuola -non della classe- a correggerli.<br />
<strong>C’è una parte che riguarda la valutazione del docente? Esiste qualcosa che fa dire allo studente come valuta il proprio insegnante?</strong><br />
Non mi sembra. C’è una parte che riguarda l’ambiente della scuola, l’edificio, la luminosità, la palestra, gli spazi esterni, il laboratorio scientifico. Quando facemmo un tentativo di autovalutazione si fecero agli studenti anche delle domande relative ai docenti, da compilare in maniera anonima.<br />
<strong><em>Vostra misura interna?</em></strong><br />
Sì, ed era del tutto anonima: sia lo studente che inseriva i dati, sia le possibilità di risposta. Lo facemmo solo per un anno, come forma di valutazione, anche perché a cosa servono? Dovrebbero avere un valore formativo, ma o lavori sui dati che hai, oppure se li lasci lì e continui come prima, tanto vale non fare niente. Da questo punto di vista i risultati potrebbero essere utili per indicare tendenze nel corso degli anni.<br />
Si dice “gli stranieri rallentano gli italiani”: si possono quindi offrire dati concreti che permettono di smentire o convalidare quella che è quasi una leggenda popolare&#8230;<br />
A livello culturale, per quello che riguarda gli S1, i problemi vengono accentuati più per il discorso linguistico, perché per la matematica, beh, posso sbagliarmi di una, due posizioni, però qui alle olimpiadi di matematica sono arrivati fra i primi una cinese e un rumeno. La motivazione degli stranieri non è comparabile: loro hanno fame, metaforicamente. Ho degli S1 a cui do un sei e mezzo in Dante e dei ragazzi italiani madrelingua a cui devo dare cinque. E il sei e mezzo lo merita, perché sa le cose. Cito Dante perché c’è da allarmarsi sugli italiani, non sugli stranieri&#8230;<br />
<strong>Gli stranieri hanno ancora genitori che stanno dalla parte dei docenti, rispetto agli italiani?</strong><br />
Sì, certo. Anche se negli ultimi anni sta cambiando qualcosa: i genitori italiani sono ancora sindacalisti dei figli, ma ultimamente il discorso del merito, del lavoro, dello studiare per poi trovare un lavoro si nota di più. C’è anche il discorso della meritocrazia che ha fatto un po’ il suo ingresso: l’esame di maturità ha un punteggio basato sull’andamento del triennio e questo ha spostato lievemente le cose.<br />
<strong>Cosa migliorerebbe di questo sistema?</strong><br />
Personalmente l’obiettivo sarebbe di arricchirlo maggiormente, magari estendendolo alle lingue, che sono sempre tenute molto sullo sfondo. Si fa un gran dire che i nostri studenti non sanno le lingue però, in realtà, non si ha nessun riscontro. Si tratta di sfatare i luoghi comuni.<br />
<em>(a cura di Stefano Ignone)</em></p>
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		<title>Anticipazioni del n. 14, a breve in edicola</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 10:05:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La copertina del n. 14, a breve in edicola &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; In questo numero: -L’impresa che resiste nella valle: Art Campenter di Rocca San Casciano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La copertina del n. 14, a breve in edicola</p>
<p><a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/PreviewQc14.png"><img class="size-large wp-image-1071 alignleft" title="PreviewQc14" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/PreviewQc14-743x1024.png" alt="" width="743" height="1024" /></a></p>
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<p>In questo numero:</p>
<p>-L’impresa che resiste nella valle:<br />
Art Campenter di Rocca San Casciano</p>
<p>-Fiom, Fim e Uilm a confronto sulla crisi<br />
del settore metalmeccanica nel territorio</p>
<p>-Nel Liceo Paulucci-Di Calboli con due prof<br />
sul post-riordino e la generazione “nativa digitale”</p>
<p>-Più di cento volontari all’anno da<br />
tutta Europa: intervista a Uniser</p>
<p>-A Portico di Romagna tra le nuove<br />
botteghe dell’artigianato artistico</p>
<p>-Da Ca’ Venezia nel 1999 a S.Benedetto nel 2013:<br />
le frane del nostro territorio e le loro ragioni</p>
<p>-Dentro la chiesa di S.Agostino ad ammirare<br />
la danza macabra, tesoro in disfacimento</p>
<p>-Ricordiamo Carmen Silvestroni,<br />
artista forlivese scomparsa nel marzo 1997</p>
<p>-Nell’ex deposito Atr con Evandro Greppi,<br />
ex autista in pensione</p>
<p>Questa città n. 14 di aprile-maggio,<br />
32 pagine di interviste, interventi e foto in bianco e nero<br />
a breve in tutte le edicole del comprensorio a 2.80 euro</p>
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		<title>Questa città presenta Andrea Segrè a Forlì sabato 18 maggio 2013</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 09:47:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>questacitta</dc:creator>
				<category><![CDATA[buone pratiche]]></category>
		<category><![CDATA[Forlì]]></category>
		<category><![CDATA[incontri]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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		<description><![CDATA[Sabato prossimo in via Regnoli un&#8217;iniziativa della rivista QUESTA CITTÀ, REGNOLI 41 e Slow Food Forlì per L&#8217;Innovazione Responsabile 2013: S-LEGÀMI Dalle 11.00 alle 13 per ascoltare il prof. Andrea Segrè, Pamela Damiano di Slow Food Italia e alcune esperienze del territorio: La Frugale Abbondanza di Valeria Vignoli e Roberto Ramina, Osteria La Campanara di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato prossimo in via Regnoli un&#8217;iniziativa della <a href="https://www.facebook.com/rivistaquestacitta?ref=hl&amp;directed_target_id=0" data-hovercard="/ajax/hovercard/page.php?id=176207902435000&amp;extragetparams=%7B%22directed_target_id%22%3A0%7D">rivista QUESTA CITTÀ</a>, <a href="https://www.facebook.com/groups/226813877383680/?directed_target_id=0" data-hovercard="/ajax/hovercard/group.php?id=226813877383680&amp;extragetparams=%7B%22directed_target_id%22%3A0%7D">REGNOLI 41</a> e <a href="http://www.slowfoodforli.it/index.php">Slow Food Forlì</a> per <a href="http://www.innovazioneresponsabile.it/">L&#8217;Innovazione Responsabile 2013: S-LEGÀMI</a></p>
<p>Dalle 11.00 alle 13 per ascoltare il prof. <a href="http://www.andreasegre.it/">Andrea Segrè</a>, Pamela Damiano di <a href="http://www.slowfood.it/" data-hovercard="/ajax/hovercard/page.php?id=171112439575339&amp;extragetparams=%7B%22directed_target_id%22%3A0%7D">Slow Food Italia</a> e alcune esperienze del territorio: <a href="https://www.facebook.com/lafrugale.abbondaza?directed_target_id=0" data-hovercard="/ajax/hovercard/user.php?id=100005103875410&amp;extragetparams=%7B%22directed_target_id%22%3A0%7D">La Frugale Abbondanza</a> di Valeria Vignoli e Roberto Ramina, <a href="https://www.facebook.com/osteria.lacampanara?directed_target_id=0" data-hovercard="/ajax/hovercard/user.php?id=100000877018735&amp;extragetparams=%7B%22directed_target_id%22%3A0%7D">Osteria La Campanara</a> di Roberto Casamenti e Alessandra Bazzocchi e Paolo Marianini dell&#8217;azienda agricola &#8220;I Tirli&#8221;</p>
<p>Modera la redazione della rivista Questa città.</p>
<p>Domande:<br />
come vivere a spreco zero?<br />
come stare nel territorio?<br />
che lavoro bisogna fare?<br />
come alimentarci?<br />
quando è tempo di cambiare?<br />
come affrontare la crisi?</p>
<p>sabato 18 maggio 2013<br />
Forlì, davanti via Regnoli 41 h. 11.00<br />
(in caso di maltempo l’iniziativa si svolgerà nei locali dell’associazione Regnoli 41</p>
<p><a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/dibattiti2013.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1066" title="dibattiti2013" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/dibattiti2013.png" alt="" width="538" height="821" /></a></p>
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		<title>Non si vive ogni sei mesi&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 02 May 2013 08:03:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>questacitta</dc:creator>
				<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[la storia]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 13 - marzo 2013]]></category>
		<category><![CDATA[problemi di lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[storie di immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[storie di lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[primapagina]]></category>

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		<description><![CDATA[L’arrivo a 15 anni, i primi lavori in nero, finalmente i documenti e un po’ di stabilità in una ditta edile; il mutuo sulla casa, l’auto presa a rate&#8230; Dal 2012 i primi ritardi negli stipendi e la cassa integrazione. La speranza della cittadinanza e quell’idea&#8230; Leon, albanese di 32 anni, vive nel comprensorio con i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’arrivo a 15 anni, i primi lavori in nero, finalmente i documenti e un po’ di stabilità in una ditta edile; il mutuo sulla casa, l’auto presa a rate&#8230; Dal 2012 i primi ritardi negli stipendi e la cassa integrazione. La speranza della cittadinanza e quell’idea&#8230;</strong></p>
<p><em>Leon, albanese di 32 anni, vive nel comprensorio con i genitori, la moglie e tre figli.</em></p>
<p><a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/fotoColagrossi.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1061" title="fotoColagrossi" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/fotoColagrossi.png" alt="" width="565" height="850" /></a><br />
<strong>Come sei arrivato qui?</strong><br />
Avevo uno zio che stava a Forlì dal ’90. Nel ’95 ho finito le scuole dell’obbligo nella mia città, Durazzo, e l’ho raggiunto. Ho trovato subito lavoro a Forlì, ma non sono riuscito a fare i documenti. Fino al ’98 sono rimasto clandestino, facevo lavori in nero. Dopo ho sempre rigato per il verso giusto.<br />
<strong>Dove hai vissuto?</strong><br />
Per la maggior parte del tempo qui nel paese dove sto ancora. Sono stato anche a Cesena per sei mesi, a Forlì per tre, a Castrocaro tre-quattro mesi&#8230; Comunque, sempre nel territorio.<br />
<strong>Come sono stati i primi anni qui?</strong><br />
Ho sempre lavorato: all’inizio per un signore di Forlì che montava e smontava le gru edili; poi con dei ragazzi, anche loro albanesi, che facevano pavimenti autobloccanti. Dopo la regolarizzazione ho cominciato a cambiare lavoro più spesso: prima nel settore delle barche a vela, poi con una ditta che montava scale antincendio. Infine, 12 anni fa sono entrato nell’azienda dove dovrei essere ancora. Ora però sono in cassa integrazione.<br />
<strong>Da quanto tempo sei in cassa integrazione?</strong><br />
Da giugno 2012 fino a giugno 2013, poi non si sa niente. Abbiamo la cassa integrazione in deroga.<br />
<strong>Ora ti stai guardando attorno?</strong><br />
Sto cercando, però quelli che hanno un po’ di lavoro mi dicono: “Ah, te sei in cassa integrazione, magari prendo un altro&#8230;”. Piuttosto prendono uno che è in mobilità, perché così hanno le agevolazioni sulle tasse. Chi è in cassa integrazione però non è un privilegiato; ora lo Stato ha anche bloccato i pagamenti: i primi sei mesi hanno pagato, da gennaio in qua no. “Tanto ti arriveranno”, dicono.<br />
<strong>L’unica prospettiva è trovare lavoretti in nero?</strong><br />
Non si trovano. Ci sono andato in cantiere, ma chi ti prende? Dovunque vado, chiedo. Anche al forno, quando vado a comprare il pane: “Serve uno per la notte?”. Ma quelli che hanno il lavoro lo tengono stretto per i propri operai. Io ho tre figli, adesso sono andato dall’assistente sociale per chiedere un aiuto a pagare almeno la rata dell’asilo per il secondo e la scuola per il grande.<br />
<strong>Cosa gli hai proposto?</strong><br />
Siccome portare a casa i bambini a mangiare è sempre una spesa -là un pasto viene 4 euro e 80, come mi costa a casa-, ho chiesto se c’era una forma per offrire un servizio quantificato in base a ciò che devo pagare. Insomma, uno scambio: io offro lavori socialmente utili, come pulire le strade o altro, e loro me li scontano sulla rata dell’asilo. Hanno risposto che qui non c’è modo. Il Comune ti dovrebbe assumere, metterti in regola con l’Inail e l’Inps&#8230;<br />
<strong>Sono costi abbastanza accettabili&#8230;</strong><br />
Dai servizi sociali mi hanno risposto: “È una buona idea ma l’inghippo è metterti in regola”. Un’altra volta mi hanno consigliato: “Nel nostro Comune non si può, se trova un Comune che lo fa vada là”. Ma i miei bambini sono residenti qui&#8230;<br />
<strong>Per il lavoro, ti sei andato a informare anche al centro per l’impiego?</strong><br />
Sì, ma il centro per l’impiego non trova lavoro nemmeno a quelli che sono iscritti come disoccupati. Noi siamo quelli che: “Voi siete in cassa integrazione, state bene”.<br />
<strong>Invece quanto prendete?</strong><br />
La cassa integrazione non è regolare, non arriva certo una volta al mese. Stai anche mesi senza prendere nulla. Purtroppo, però, si vive mese per mese, non una volta ogni sei mesi. Cosa faccio il mese in cui non arriva niente?<br />
<strong>Della tua proposta ai Servizi Sociali hai parlato con altri?</strong><br />
C’è un mio amico che ha le figlie a scuola ed è disoccupato. Mi ha detto: “È un’idea”. A chiunque ne ho parlato è sembrata una buona idea. Però&#8230;<br />
<strong>Troppe leggi che lo impediscono&#8230;</strong><br />
L’Inail e l’Inps -che è giusto- se poi ti fai male lavorando. Un lavoro così mi avrebbe aiutato molto a pagare le rate dei bambini e soprattutto a tenermi impegnato, ad avere anche più voglia di andare a cercare un altro impiego. Da gennaio, con i soldi della cassa che non arrivano, abbiamo grosse difficoltà. Mia moglie lavora nel commercio e prende quello che prende, poco più di mille euro. Poi c’è mio babbo, la mamma&#8230; Il mio babbo lavora, ma fa tre giorni di lavoro e due di cassa integrazione. Ma lui è in una ditta seria! Addirittura, se capita giorno di paga il sabato, gliela danno un giorno prima!<br />
<strong>I tuoi vivono qua?</strong><br />
Sì, ho dovuto prendere i miei genitori in casa per non pagare anche il loro affitto. Perché questa è casa mia.<br />
<strong>L’hai comprata, non sei in affitto&#8230;</strong><br />
Tre anni fa avevo il lavoro, mi son detto: “Facciamo il mutuo”. Prima stavamo bene, ho comprato anche la macchina. Anche lì ho la rata da pagare&#8230; Tra mutuo e macchina vanno via mille euro al mese. Giugno per me è importante, finisco di pagare la macchina e spero di riprendere a lavorare.<br />
<strong>E per il mutuo della casa?</strong><br />
Lì mi mancano ancora 27 anni. Ma se c’è il lavoro, la casa si paga. Anche quand’ero in affitto non ho mai mancato un mese. Adesso, invece, ho fatto fatica a pagare la bolletta del gas, l’acqua, l’immondizia&#8230; Non ci arrivo più. Quello che avevamo da parte è andato. Ma senza casa sarebbe stato peggio, i miei da una parte e noi dall’altra, pagare due affitti&#8230; Qui dentro, almeno, è abbastanza vivibile, ci stiamo tutti.<br />
Un collega mi ha detto che in Belgio se non arrivi a pagare il mutuo, te lo riducono in base al reddito. Se trovi lavoro, il mutuo risale. Così non perdi la casa e puoi continuare a pagare. Qui ti dicono che “puoi fermare il mutuo”. Ma non è vero, si ferma la quota del capitale, gli interessi no&#8230; Comunque son sacrifici che devi fare. Perché un capofamiglia lavora? Per i figli, per offrire loro una vita migliore. A me non va che mio figlio vada a fare il muratore&#8230; Intendiamoci, lavoro dignitoso, però se gli piace studiare, ben venga che faccia qualcosa meglio di quanto facciamo io e mia moglie. Non so se uno di loro tre vivrà qui, ma almeno sapranno di avere una base, magari la venderanno&#8230;<br />
È un capitale. Conosco ragazzi albanesi che dicono “Io sto in affitto, non ho intenzione di restare qui tutta la vita, là tanto ho la casa”. E intanto continuano a stare qui. Soffrono la crisi qui. Ma se hai un bene là, perché non vai là? Una persona si sposta perché cerca qualcosa di migliore, non per lamentarsi. È come la lingua: appena arrivato, quando mi parlavano facevo la traduzione nel cervello dall’italiano all’albanese, capivo, facevo la traduzione al contrario e poi rispondevo. Adesso non penso più a tradurre. Ecco, questi ragazzi che si lamentano mi fanno pensare che siano ancora in quella fase lì, devono ancora capire dove vogliono stare.<br />
<strong>Cosa pensavi quando sei arrivato?</strong><br />
Ero ragazzino, volevo vedere com&#8217;era. Finché son stato qui mi son goduto la vita, niente da dire: lavoravamo come cani dal lunedì al sabato a mezzogiorno, però sabato sera&#8230; Discoteche, pub, la riviera&#8230; Ripensandoci, forse avrei dovuto risparmiare qualcosa all&#8217;epoca. Avrei anche fatto il mutuo, ma all&#8217;inizio agli stranieri non li davano. Li avessero dati fin da subito, quando il lavoro c&#8217;era! L’avrei fatto nel 2001, quando sono arrivati i miei, invece di pagare per dieci anni due affitti. Vuoi mettere?<br />
<strong>Tu invece hai fatto il mutuo perché la crisi non si vedeva ancora, nel 2011&#8230;</strong><br />
No, fino a gennaio 2011 lavoravamo anche sabato e domenica, c&#8217;era richiesta, anche in giro. Lavoravamo, prendevamo gli stipendi regolarmente. Sopo si è fatta fatica. Prima li hanno abbassati, poi hanno cominciato i ritardi nelle paghe: prima un mese, poi due, poi tre&#8230; Nel frattempo ho lavorato fino ad aprile 2012 con tre mensilità arretrate. Per fortuna l’anno scorso ho preso gli arretrati del 2011, ma son stato uno dei pochi a ricevere quello che gli spettava. Ci sono colleghi che devono ancora avere 12, 15 mila euro.<br />
<strong>Perché i clienti tardavano a pagare?</strong><br />
Non so se ci siano state difficoltà a prendere i soldi dai clienti, le aziende non raccontano tutto agli operai. Abbiamo fatto degli scioperi, siamo usciti anche sul giornale.<br />
<strong>I sindacati vi hanno aiutato?</strong><br />
Hanno fatto quello che potevano. Io sono iscritto agli edili della Uil, lì c’è una brava persona, ma anche quello della Cisl ci è stato vicino. Quando abbiamo fatto le occupazioni dell’azienda erano presenti, anche se l’idea non è stata loro. Quando abbiamo occupato eravamo solo albanesi. Tra gli italiani uno chiudeva un occhio, un altro diceva “C’ho famiglia”&#8230; Perché, noi no? Poi anche alcuni albanesi si sono tirati indietro. L’unica cosa che siamo riusciti ad avere è stata la cassa integrazione. Ognuno ha combattuto come poteva. Io, tra tutti, ero quello che aveva meno soldi, ma anche gli altri erano messi male: chi doveva pagare l’affitto, chi il mutuo&#8230;<br />
Oggi cercano di tirare avanti come possono. Un nostro collega si è messo in mobilità, è andato a Treviso dove ha un cugino e lì ha trovato lavoro.<br />
<strong>Lui è andato via perché non aveva la casa&#8230;</strong><br />
Non aveva la casa, però la famiglia sì, moglie e figli. Ma non il mutuo. È la casa che ci lega. Dopo tutti i sacrifici, lasciarla&#8230; Il mutuo lo pago mese per mese, per non restare indietro, ma anche l’affitto va pagato  e se non paghi per un anno c’è lo sfratto. Io ho visto amici e familiari sfrattati. Dove vai? Dove sbatti?<br />
<strong>Tu ci hai mai pensato?</strong><br />
Sì, ma ho paura di non prendere neanche il Tfr. Per 12 anni di lavoro dovrei prendere 12mila euro: togliendo il 23% di Irpef sui licenziamenti diventano 9mila. Se te ne vai adesso l’azienda non ha i soldi, cosa fai? Gli fai causa, loro patteggiano col giudice -perché si patteggia sempre- e pagano la metà. Da quella metà, l’Inps trattiene l’Irpef. Cosa ti rimane? Tremila euro. Cosa ci fai, se non trovi lavoro? E quando te li daranno? Il collega che si è licenziato non ha preso ancora il Tfr. Spera che l’azienda fallisca, in quel caso c’è l’assicurazione dell’Inps e il Tfr si prende da lì.<br />
<strong>Oltre a questo non hai pensato di lasciare la Romagna, di trasferirti solo o con la famiglia? È difficile per la casa&#8230;</strong><br />
Sì, ora col mutuo&#8230; Tre anni fa avevo un po’ di soldi da parte, ma chi lo sapeva come sarebbero andate le cose? Ho speso tutto tra mutuo, agenzia, notaio&#8230; Se c’è lavoro in un’altra città vado anche in trasferta, non è un problema per me. Lavoro da qualsiasi parte, se c’è.<br />
<strong>Adesso l’Albania offrirebbe qualche opportunità in più?</strong><br />
Noi guardiamo la televisione albanese perché costa molto meno di Sky, ma vediamo che là è peggio. In più, per me tornare in Albania non è possibile, dopo 18 anni mi sento straniero&#8230; Non ci torno da quattro anni, non ce la faccio perché il viaggio è caro. I passaporti, il viaggio&#8230;<br />
<strong>Hai la cittadinanza italiana?</strong><br />
Dal ’98 in qua ho maturato i dieci anni di residenza, così ho fatto domanda nel 2011. È arrivato l’ok dallo Stato e ora sto aspettando il foglio, poi dovrò fare il giuramento. Mia sorella invece è italiana da ormai 12 anni, è qua dal ’97 e si è sposata con un italiano, così l’ha avuta più velocemente.<br />
<strong>Le persone che conosci nella altre città ti aiutano?</strong><br />
La maggior parte stanno a Bari, quelli che ho qui a Forlì sono in difficoltà come me&#8230; Ma dovunque è uguale. Spero mi arrivi il passaporto italiano, così vado in Svizzera da italiano. Là c’è lavoro, so da alcuni kosovari che hanno parenti in Svizzera e in Germania che è più facile&#8230;<br />
Me l’ha detto anche un amico del Camerun che lavorava con noi. È andato in Svizzera a fare il corriere con Dhl, aveva i parenti là che l’hanno aiutato. Un po’ come quando noi siamo venuti qua, erano tantissimi gli albanesi nel ’96. Sai com’è, ognuno cercava di far arrivare un fratello, un cugino, un parente&#8230; Chi non l’ha fatto! Io non ho potuto, perché quando c’era lavoro qua i miei cugini erano tutti piccoli. Adesso, che non c’è nemmeno più bisogno del visto, cosa vengono a fare&#8230;? Se non c’è lavoro per noi che siamo qua, come lo trovano loro?<br />
<strong>Che tipo di associazioni ti possono aiutare qua?</strong><br />
Ho chiesto al parroco, poi sono andato anche alla Caritas. Con duemila euro al mese, come fai se no? Di sette che siamo in famiglia, solo in due lavorano. Mi hanno accettato, per fortuna! Ora mi aiutano col cibo, almeno una spesa al mese, è un aiuto anche quello.<br />
<strong>Ci sono associazioni di albanesi qui?</strong><br />
Qui in paese hanno provato a farne una, ma a me non interessava. Ero abituato al ritmo della vita qua, perché sarei dovuto entrare in un’associazione di soli albanesi? Sono arrivato qui che avevo 15 anni, mi sento più romagnolo. Chiaro, anche là mi piace; finché ci andavo facevo due settimane di vacanza, ma finite quelle non vedevo l’ora di tornare a casa. Ti manca la routine. Quando sbarchi ad Ancona, conti quei 140 chilometri da Ancona a Forlì e non vedi l’ora che passino&#8230; Sei già a Pesaro, poi arrivi a Cattolica e li capisci: “Cavolo, sono quasi arrivato”.<br />
<em>(a cura di Paolo D’Acunti e Stefano Ignone)</em></p>
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		</item>
		<item>
		<title>&#8220;Basta non sia sotto casa mia&#8230;&#8221;. La chiusura del &#8216;Pane e le Rose&#8217;</title>
		<link>http://questacitta.altervista.org/2013/04/basta-non-sia-sotto-casa-mia-la-chiusura-del-pane-e-le-rose-2/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 14:23:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>questacitta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il bilancio di tre anni di attività da parte di un circolo Arci e presidio di Libera che ha deciso di chiudere. Le difficoltà coi vicini che si lamentano del rumore, gli studenti che col passare del tempo hanno smesso di frequentare il circolo&#8230; Gianni Cotugno e Claudia Cardella sono due degli animatori del circolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il bilancio di tre anni di attività da parte di un circolo Arci e presidio di Libera che ha deciso di chiudere. Le difficoltà coi vicini che si lamentano del rumore, gli studenti che col passare del tempo hanno smesso di frequentare il circolo&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gianni Cotugno e Claudia Cardella sono due degli animatori del circolo Arci “Il Pane e le Rose”, con sede in corso Diaz, a Forlì. </em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/04/Schermata-2013-04-24-alle-16.13.29.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1055" title="Schermata 2013-04-24 alle 16.13.29" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/04/Schermata-2013-04-24-alle-16.13.29.png" alt="" width="530" height="797" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Com&#8217;è la situazione del circolo?</strong><em><br />
Claudia. </em>Nell&#8217;ultimo periodo abbiamo continuato mese per mese e non siamo andati molto bene, quindi siamo stati costretti alla disdetta dell&#8217;affitto.<em><br />
Gianni.</em> Sì, chiudiamo ai primi di maggio.<strong><br />
Da quanto siete aperti?</strong><em><br />
Claudia.</em> L&#8217;associazione è nata a maggio 2010, il circolo è stato aperto a ottobre 2010. L&#8217;associazione era già iscritta all&#8217;Arci, poi abbiamo pensato che quella di rilevare un posto fosse una buona idea per creare un progetto del genere, ovvero un luogo che riuscisse a essere di promozione autonoma culturale. Siamo indipendenti da tutto, non siamo collegati a partiti né a organizzazioni religiose. Siamo studenti fuori sede, o ex studenti fuori sede, però non siamo un&#8217;associazione studentesca. Non abbiamo finanziamenti esterni, se non quelli ottenuti col nostro bar. Venivamo tutti dall&#8217;associazionismo studentesco, ci siamo detti: “Creiamo una nuova associazione che si occupi di legalità”.<strong><br />
Questo stabile è comunale?</strong><em><br />
Claudia.</em> No, è in affitto da un privato. All&#8217;epoca, contestualmente all&#8217;apertura dell&#8217;associazione, abbiamo vinto il bando Plg, ”Piano locale giovani”. Non avevamo un&#8217;idea molto chiara. Ci siamo buttati a gestire un posto del genere in piena crisi economica&#8230; Non abbiamo valutato la possibilità che ci potesse essere una fase totalmente discendente dei consumi. Il Plg aveva l&#8217;obiettivo di aprire un&#8217;attività imprenditoriale giovanile. Noi, che siamo un&#8217;associazione senza scopo di lucro, l&#8217;abbiamo sempre intesa come impresa culturale. Poi, comunque, è un&#8217;attività economica, a prescindere dal fatto che non siamo lavoratori ma volontari&#8230;<em><br />
Gianni.</em> Ci siamo detti: “Se creiamo un bel posto nel quale riusciamo a fare una serie di eventi culturali intervallati da feste, noi che siamo tutti volontari cerchiamo di mantenere bassi i prezzi perché abbiamo presente il target universitario e non i tempi in cui viviamo”. Pensavamo fosse una combinazione di cose che non poteva che esser vincente dal punto di vista economico. All&#8217;inizio, infatti, è stato così. Avevamo solo un problema principale -che poi ci siamo portati dietro-, quello del rapporto con la città e il vicinato.<em><br />
Claudia.</em> La nostra idea di partenza era di collaborare con più soggetti possibile -forti del fatto che non abbiamo legami di sangue né economici con nessuno-, proporre un posto aperto, un luogo di discussione, di confronto. Ci hanno sempre attribuito di esser collegati al PD quando in realtà nessuno di noi è nemmeno iscritto, han sempre detto che il Comune ci dava dei finanziamenti, quando invece&#8230; L&#8217;unica cosa che avevamo era quel progetto del Plg, per il quale poi abbiamo vinto un bando. Non ci sono stati finanziamenti ad hoc, ma una selezione.<strong><br />
Quanto pagate di affitto?</strong><em><br />
Claudia.</em> Adesso, 1.200 euro. Poi ci sono le spese: con Hera paghiamo sui 250 euro al mese. Abbiamo solamente l&#8217;attacco della luce, non l&#8217;abbonamento del gas. Poi, la fornitura, le spese variabili, quelle condominiali, l&#8217;igiene pubblica.<strong><a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/04/Schermata-2013-04-24-alle-16.13.13.png"><img class="alignright  wp-image-1053" style="margin: 10px;" title="FotoCanton1" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/04/Schermata-2013-04-24-alle-16.13.13.png" alt="" width="353" height="530" /></a><br />
Il fatto di essere Arci in che modo vi ha beneficiato? Rientrate in uno statuto particolare, </strong><strong>avete q</strong><strong>ualche agevolazione&#8230;</strong><em><br />
Claudia</em>. Agevolazioni di carattere fiscale. Non paghiamo tasse, ma paghiamo l’iva, la situazione fiscale è alla pari di quella dei consumatori. È un meccanismo che funziona per tutte le associazioni, tutti i circoli privati, non solo per quelli Arci.<strong><br />
E il fatto di essere legati a Libera?</strong><em><br />
Claudia</em>. Siamo nati come associazione per la legalità, dopodiché siamo stati i promotori con l&#8217;Arci della nascita del presidio di Libera. Libera è una rete di associazioni, ci tenevamo a realizzare il radicamento di questa rete a Forlì e siamo molto attivi all&#8217;interno del presidio: i lavori sulla legalità, quindi progetti di formazione, il passaggio della Carovana della Legalità, le collaborazioni all&#8217;interno di varie iniziative.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>IL VICINATO</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Accennavi prima al problema con il vicinato: lo è stato più di quello economico, della sostenibilità del locale?</strong><em><br />
Claudia.</em> Sono collegati: più ti vengono contro, più chiamate alla polizia ci sono. È sempre una situazione in cui è il gestore che ci va a perdere. Se fai una serata con un dj set e alle 23.30, 00.00 viene la polizia e spegne la musica, la gente se ne va. Il locale, fortunatamente, è in uno stabile molto vecchio che quindi ha le pareti spesse. Il problema è che nei regolamenti si dice: “La musica non si deve sentire all&#8217;esterno”. una cosa arbitraria, perchénon c&#8217;è un controllo con l&#8217;attrezzatura tecnica che dica quanti decibel vengono emessi.<em><br />
Gianni.</em> Siamo sempre stati entro le regole, ciononostante abbiamo preso almeno tre verbali della municipale per il rumore (circa 500 euro l&#8217;uno). Nel controllo delle tessere, che hanno fatto ogni anno, non sono mai state riscontrate irregolarità. Una volta sono entrati dicendo: “Vogliamo vedere gli scontrini”. Abbiamo risposto: “Siamo un circolo Arci, non li facciamo”. “Come non li fate?”. “Non è che non li facciamo perché non vogliamo&#8230; Abbiamo una situazione fiscale per cui non paghiamo quel tipo di tasse lì”.<strong><br />
Le lamentele potevano essere legate al fatto che c&#8217;era anche via vai di gente fuori, che si accumulava all&#8217;ingresso&#8230;</strong><em><br />
Claudia.</em> La gente all&#8217;esterno fa casino, ma noi abbiamo un potere limitato: io posso gestire il mio locale, non la massa che vi sta davanti. Alcune sere è successo che hanno chiamato perché della gente faceva rumore dall&#8217;altra parte della strada e davano la colpa a noi. Corso Diaz è particolare: nella porta qua accanto c&#8217;è un cartello con scritto qualcosa tipo: ”Questo spazio è uno stabile sfitto, in corso Diaz c&#8217;è tutto” e, a seguire, un elenco di ciò che è presente nella via. Leggetelo, non troverete nessun tipo di cenno né alla nostra attività e al centro culturale, né all&#8217;attività di Libera. Non ci considerano, tranne alcune eccezioni.<strong><br />
Ti riferisci a</strong><strong>gli abitanti</strong><strong> del condominio?</strong><em><br />
Claudia.</em> No, non solo il condominio, ma anche il vicinato -con le dovute eccezioni. Ogni qualvolta chiamano, la polizia municipale arriva. Abbiamo invitato per due volte tutti i vicini, con tanto di lettera nella cassetta della posta, a passare da noi un pomeriggio per prendere un caffè e discutere della situazione. È venuta una sola persona dicendo, in sintesi: “Non me ne frega niente, potete fare le cose più belle del mondo, basta non sotto casa mia”. Capisco che un circolo che fa casino sotto l&#8217;abitazione possa essere un problema, però vieni qua a parlarne, prima di chiamare la polizia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Il futuro</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Libera, Arci, la provenienza da un contesto universitario: avete una rete ampia. Tutto questo non vi ha permesso, finora, di continuare a reggervi sulle vostre gambe?</strong><em><br />
Gianni. </em>C&#8217;è anche un fattore legato alla crisi: meno gente esce, meno gente gira, meno entrate arrivano. Poi, probabilmente, un posto come questo, autogestito, in cui il barista non è professionista, dove tutto è gestito in maniera volontaria, allo studente non piace. Ci aspettavamo più studenti. Ad un certo punto quando la gente non viene ti fai delle domande&#8230; <a href="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/04/Schermata-2013-04-24-alle-16.13.44.png"><img class="alignleft  wp-image-1054" style="margin: 10px;" title="Schermata 2013-04-24 alle 16.13.44" src="http://questacitta.altervista.org/wp-content/uploads/2013/04/Schermata-2013-04-24-alle-16.13.44.png" alt="" width="344" height="522" /></a>Nemmeno quando le cose andavano bene abbiamo mai pensato di ricavare uno stipendio. Il nostro è un volontariato anche da un punto di vista economico, i soldi ce li abbiamo sempre messi.<strong><br />
Quali sono i piani per il futuro prossimo? L&#8217;associazione resta?Avete deciso di fare qualche attività all&#8217;esterno, vista la bella stagione?</strong><em><br />
Gianni. </em>Chiudiamo portandoci dietro una serie di spese ancora in sospeso. Ma chiudiamo con l&#8217;idea di continuare il progetto culturale.<em><br />
Claudia.</em> Abbiamo attività ancora in itinere, altre che verranno presentate questo mese fuori dalle mura del circolo. Da un periodo a questa parte facciamo anche iniziative con fasce della popolazione d&#8217;età più alta, a cui partecipano anche pensionati. Nonostante le difficoltà siamo molto soddisfatti. La volontà per riaprire e riproporre questo progetto c&#8217;è: stiamo cercando di capire se riusciremo ad avere un altro posto.<strong><br />
Che critiche vi fate, come associazione?</strong><em><br />
Claudia.</em> L&#8217;aver dato per scontato che si capisse subito la natura di questo posto, che quindi, da parte nostra, non è stato comunicato molto bene.Poi, tutti gli errori strategici: pensare di poter gestire un locale con l&#8217;affitto alto senza problemi&#8230; Errori che fai perché hai vent&#8217;anni e non hai esperienza. Non avrebbe senso tenere un posto solo per le serate universitarie, significherebbe snaturarlo: noi vogliamo un luogo per dare priorità alle iniziative culturali. L&#8217;idea, all&#8217;origine, era appunto quella di creare uno spazio di confronto e di incontro, di dinamismo culturale.<strong><br />
Adesso punterete a trovare un posto che non sia esattamente in centro, se il centro può dare problemi?</strong><em><br />
Claudia.</em> No, uscire dal centro è impensabile.<em><br />
Gianni.</em> Vuol dire morire.<em><br />
Claudia.</em> Puntiamo a un posto che costi molto di meno e magari sacrificheremo la parte ricreativa in favore di quella culturale.<em><br />
Gianni.</em>O essere ospitati da qualcuno, se c&#8217;è qualcosa di comunale&#8230; Abbiamo bisogno di un posto in cui poter sviluppare le nostre iniziative culturali ed essere autonomi e indipendenti. Speriamo di fare ora qualche attività all&#8217;aperto e così mettere da parte qualcosa per poi iniziare di nuovo a settembre&#8230;<em><br />
Claudia. </em>L&#8217;invito che facciamo è di venire a conoscere questo posto, entrare e chiedere a chi c&#8217;è di turno: “Cosa fate, perché lo fate?”. L&#8217;impressione è che ci sia un po&#8217; di pigrizia nel conoscere le attività. Se si vuole realmente creare un dinamismo dentro la città, bisogna partire da un punto, non si può pretendere che Forlì, da città piccola e un po&#8217; morta, diventi la Bologna della Romagna.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(a cura di Stefania Cavalletto e Alice Dalla Vecchia.<br />
Servizio fotografico di Davide Canton)</em></p>
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